Emergenza a San Paolo del Brasile

Date 18-08-2020

por Redazione Sermig

Articolo su AVVENIRE di Fabrizio Floris
«Dentro tutti!», il coraggio dell’accoglienza: all’Arsenale il più grande lockdown brasiliano.


«Dentro tutti!», il coraggio dell’accoglienza: all’Arsenale il più grande lockdown brasiliano.

Il Brasile è drammaticamente alle prese con il Covid e con le scelte e le non-scelte del presidente Jair Bolsonaro. Nella sua involuzione adolescenziale, il leader pensa che «la morte e la malattia non esistono e se esistessero non mi riguarderebbero; l’onnipotenza della mia immagine è immune ad ogni rischio; se qualcun altro invece viene colpito fa parte del gioco ma questo fatto non determinerà la fine del gioco di cui io resto padrone». Ma c’è chi nel Paese sta dando una risposta adulta alla pandemia. Tra questi, nella megalopoli di San Paolo, l’Hospedaria de Imigrantes, oggi Arsenale della Speranza. Una casa dove ogni giorno trovano cibo, vestiti e un letto per dormire 1.200 persone. Con la pandemia, però, l’accoglienza sarebbe potuta diventare un dono avvelenato: portatrice di malattia.

Allo stesso tempo non si potevano lasciare fuori 1.200 persone senza pensare alle conseguenze pratiche per chi già vive di stenti. Così, il 23 marzo, la comunità del Sermig, che ha fondato ed abita l’Arsenale della Speranza, ha aperto la porta della Hospedaria, ha fatto accomodare le persone a piccoli gruppi e ha proposto loro: «Chi vorrà potrà stare qui, ma non potrà uscire a tempo indeterminato» dando così vita alla più grande quarantena del Brasile. Non è stato facile tenere ferme in un luogo, seppur molto grande, persone abituate a vagare per la città, ma spiega padre Simone Bernardi, «non potevamo sentirci a posto, fare qualcosa, dovevamo fare il meglio. Così abbiamo ridefinito gli spazi, montato tensostrutture per garantire ambienti coperti e ventilati, le sale d’incontro sono state trasformate in depositi e poi postazioni di triage per gli assistenti sociali e tante altre misure per la sicurezza dei dipendenti e dei corrieri incaricati delle consegne quotidiane di generi di prima necessità». Le persone hanno capito che fuori la vita sarebbe stata ancora più dura per loro, molti sono catadores (raccoglitori di rifiuti da riciclare) e la chiusura di molti negozi e ristoranti toglieva loro anche quegli scarti su cui basano la loro micro-economia di sussistenza». È stato un tempo pieno che ha permesso alle persone di ri-crearsi, pensare, riflettere, uscire dalla solitudine della strada, dagli «amici che non sono amici» per stringere relazioni vere, anche se non è stato facile. Molti hanno dovuto abbattere il muro delle dipendenze, fare a meno di alcol, crack, cannabis. Tuttavia, mentre fuori la pandemia ha marciato al ritmo di 60mila casi al giorno (3 milioni in totale) e ha ucciso oltre 100mila persone, all’Hospedaria non c’è stato nessun contagio. L’Hospedaria era nata il 5 giugno 1887 per dare ospitalità a 800 cittadini europei arrivati in precarie condizioni di salute dopo il lungo viaggio verso il Nuovo Mondo.

Il dilemma era: respingerli o accoglierli? Si optò per l’accoglienza. Il treno dove erano stati fatti salire venne diretto verso un centro ancora in costruzione perché in quello più centrale del Bom Retiro era in corso un’epidemia di vaiolo. In 130 anni, sino al 1978, di lì sarebbero passati oltre 2,5 milioni di persone. Poi, nel 1996, la casa ha ripreso vita grazie all’impegno dei giovani del Sermig (Servizio Missionario Giovani) di Torino che ne hanno fatto una struttura di accoglienza sapendo che una vita adulta è quella che si sforza di assumere su di sé le conseguenze dei propri atti. La vita, per quanto lunga, è sempre breve, per non accoglierla come qualcosa d’importante: all’Hospedaria lo hanno capito, al Palácio do Planalto non tanto.

Fabrizio Floris

Da Avvenire 18 agosto 2020

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