Very Grace
Date 10-08-2025
Mai sentito parlare della “Sindrome di Gingers Rogers”? Talentuosa ballerina degli anni Trenta, in coppia con Fred Astaire, faceva gli stessi passi di danza ma all’indietro e sui tacchi alti, a significare che se una donna vuole fare le stesse cose di un uomo deve metterci maggiore impegno e fatica.
Alcune donne però sono riuscite a sfuggire a questa logica, determinate a seguire unicamente i propri desideri e le proprie attitudini. A loro è dedicato il libro Morgana. Storie di ragazze che tua madre non approverebbe, scritto a quattro mani da Michela Murgia e Chiara Tagliaferri.
Le protagoniste sono le più disparate: da Santa Caterina da Siena a Moira Orfei, dalle sorelle Brontë a Marina Abramovic. Un capitolo è dedicato a Beverly la lucciola, soprannome con il quale nella cittadina giamaicana di Spanish Town tutti erano soliti chiamare Grace Jones, ribelle sin da piccola: «Sono uscita da mia madre dalla parte dei piedi. Sono arrivata scalciando». Cresciuta con la nonna materna e il compagno violento di lei, un predicatore fanatico della disciplina, soffocata da divieti vessatori e costretta con la cinghia a recitare le preghiere, ad appena 13 anni Grace si imbarca da sola per l’America, sfondando poi come modella e conquistando le passerelle di Parigi. Ed è proprio qui che durante una festa salta sul tavolo e comincia a cantare con la sua voce di vulcano, esuberante, potente e calda come lava.
In breve sfonda come cantante, dapprima incoronata regina dei club gay di New York e poi conquistando con l’album Portfolio, nel 1977, le vette delle classifiche mondiali. Disinvolta nell’uso delle droghe, insofferente a qualsiasi regola, Grace Jones – scrivono Murgia e Tagliaferri – diviene «una Nefertiti aliena e cibernetica, coi capelli rasati ai lati e alti al centro» (mise che ostenta – in veste di Bond Girl – nel film A view to a kill, 007 Bersaglio mobile del 1985). Nel 2002, cantando Pourquoi me réveiller dal Werther di Massenet insieme a Pavarotti, spiazza “Big Luciano” con il suo timbro tenorile e vellutato.
Tra i suoi maggiori successi la cover di La vie en rose di Edith Piaf, una delle sue migliori performance di sempre. Famosissimo il brano Slave to the Rythm, che parla della schiavitù afroamericana ma anche dello sfruttamento degli artisti di colore da parte dell’industria musicale. Capolavoro di un’intera carriera è indubbiamente I’ve seen that face before, una suggestiva rivisitazione di Libertango di Piazzolla, con inserzioni di testo in francese e pennellate malinconiche di fisarmonica.
Ma Grace Jones non è solo una star: ha insegnato alle donne che per andare avanti nella vita non è indispensabile saper ballare al contrario sui tacchi alti, ma restare padrone dei propri desideri, unica garanzia della propria integrità individuale.
Nell’introduzione alla sua biografia del 2015, I’ll never wright my memories, Grace Jones dice: «Se volete me, questa sono io. Non la caricatura di me. Questa è la me profonda, l’altra me, e ci sono altre me che non sono ancora nemmeno riuscita a concepire. Ma ci arriverò. Continuerò a seguire il sentiero che ho lasciato dietro di me per scoprire dove sto andando. Ho solo una vita con cui lavorare e la spremerò fino all’ultima goccia prima di finirla».
Mauro Tabasso
con Valentina Giaresti
NP aprile 2025




