Dentro la tempesta

Date 19-05-2021

por Gabriella del Pero

A quasi un anno dall'inizio della pandemia, si possono trovare interessanti articoli, testi e studi che provano a metterne in evidenza gli aspetti cruciali. Per quanto mi riguarda, ho posto l'attenzione su alcuni di quelli che collegano la pandemia alla salute dei bambini e degli adolescenti di oggi. Sono tanti i motivi di allarme e preoccupazione che riguardano il modo in cui i più giovani stanno reagendo alle numerose restrizioni imposte dall'esigenza di contenere il contagio, ma ci sono anche motivi di speranza e di conforto.

C'è infatti chi sostiene che le situazioni stressanti prolungate (come quella che in effetti stiamo vivendo tutti da mesi) possano rafforzarci psicologicamente, spingendoci a considerare nuove priorità e ad assumere atteggiamenti più positivi. In fondo, nella storia, le calamità e i disastri hanno spesso fatto sentire tutti i cittadini parte di un evento comune, donando un senso di appartenenza e stimolando quindi molte persone a ri-orientare al meglio i rapporti reciproci. A far male non sarebbe quindi la "quantità" o l'intensità dello stress a cui si viene esposti, ma il modo in cui esso viene vissuto: è il significato che attribuiamo agli ostacoli a determinare la nostra reazione! A volte noi adulti impieghiamo molte energie per camuffare – prima di tutto a noi stessi – quello che stiamo vivendo, perché ci pare troppo pesante, inaspettato e ingiusto. E così facciamo anche con i nostri figli, magari non dicendo le cose come stanno, senza renderci conto che loro notano subito l'incongruenza tra le nostre parole e l'espressione del nostro volto e dei nostri autentici sentimenti. Bisogna invece cercare le parole giuste per descrivere anche ai più piccoli ciò che sta accadendo, in modo delicato e adatto alla loro età e sensibilità. Ma è vero anche il contrario: se siamo troppo angosciati o arrabbiati e trasferiamo senza filtri su di loro le nostre manifestazioni emotive più intense e caotiche, finiamo con l'invadere le loro menti e pretendere una maturità che non possono ancora aver raggiunto. Come in tutte le cose, occorre molto equilibrio: meglio fare un passo indietro, fermarsi a riflettere, bilanciare le nostre esigenze con quelle degli altri, e soltanto dopo agire o prendere decisioni, con saggezza e un po' di ironia (che non guasta mai…).

Con i più grandicelli e gli adolescenti, così presi dalla ricerca di novità e autonomia, dal bisogno di costante coinvolgimento con i coetanei, dagli imprevedibili sbalzi di umore e dalla cronica tendenza all'oppositività, è forse meglio mostrarsi sicuri e pronti a reggere il conflitto anche in questa difficile situazione. Poche regole certe, testimoniate con l'esempio pratico, sono più utili di tanti discorsi: bisogna strutturare e scandire bene il tempo quotidiano anche se si resta a casa, è bene aumentare l'attività fisica e diminuire la quantità di tempo trascorsa a contatto con i social media (recentissimi studi su larga scala dimostrano che maggiore è l'esposizione a vari tipi di media con notizie sulla pandemia e maggiore è il rischio di manifestare disturbi d'ansia) e ricordare a se stessi e agli altri che si può essere isolati, ma non soli. Isolamento e solitudine sono due cose ben diverse. Chiediamoci con onestà: a quale delle due pensiamo in cuor nostro di essere stati condannati dal lockdown? E cosa siamo disposti a mettere in gioco per smetterla di lamentarci, cambiare stile e uscirne? «Quando la tempesta sarà finita probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi non sarai neanche sicuro che sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio: è che tu – uscito da quel vento – non sarai lo stesso che vi è entrato. Sì, questo è il significato di quella tempesta» (Haruki Murakami, Kafka sulla spiaggia).


Gabriella Delpero
NP febbraio 2021

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