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Ricordando il 7 gennaio 2023

Date 24-08-2025

por Matteo Spicuglia

Ricordando il 7 gennaio 2023, quando papa Francesco ha ricevuto nella Sala Clementina in Vaticano una folta rappresentanza del Sermig.

«Cari amici del Sermig, non stancatevi mai di costruire l’Arsenale della Pace!
Anche se l’opera può sembrare conclusa, in realtà si tratta di un cantiere sempre aperto.»

Esistono luoghi che sono come metafore. Dicono cosa sono stati e le strade nuove che hanno incrociato. Rendono visibile il dolore del passato e al tempo stesso la possibilità di riscatto. L’Arsenale della Pace di Torino dal 2 agosto del 1983 è fatto di questa sostanza. La vecchia fabbrica di armi che produsse gran parte dell’artiglieria delle guerre del Risorgimento e delle due guerre mondiali trasformata dal lavoro gratuito di milioni di giovani e adulti in una testimonianza concreta di pace. Per usare le parole di Papa Francesco, in un «fatto che parla da solo», un «messaggio purtroppo drammaticamente attuale» in un mondo in cui soffiano forte i venti di guerra.
Francesco parla nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico in Vaticano. Lo fa in una udienza alla Fraternità e agli amici del Sermig, accompagnati dall’arcivescovo, mons. Ro-berto Repole e dall’emerito, mons. Cesare Nosiglia.
Poco prima è Ernesto Olivero a prendere la parola, emozionato per un incontro inseguito da anni. Fa la sintesi della sua vita da sposato, papà, adesso nonno. Un legame mai interrotto con la moglie Maria, «ora in Cielo». Poi il ricordo degli incontri con il sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, che fece scoprire ai primi giovani del Sermig la profezia di Isaia di un tempo in cui le armi non sarebbero state più costruite e i popoli non si sarebbero più esercitati nell’arte della guerra.
Il resto è la storia: una scia di bene alimentata da migliaia di volontari insieme alla Fraternità della Speranza, formata da chi ha visto nel Sermig il compimento della propria vocazione: famiglie, singoli, sacerdoti, consacrati e consacrate, giovani, ogni stato di vita. Tutti rappresentati nell’incontro in Vaticano, guidati da Rosanna Tabasso, la prima ragazza che chiese di vivere la sua consacrazione al Sermig, oggi attuale responsabile del gruppo, dopo la scelta di Ernesto Olivero di rassegnare le dimissioni.

Il Papa ascolta con semplicità. «Dai frutti – dice – si vede chiaramente che al Sermig non si è fatto mero attivismo, ma si è lasciato spazio a Lui: a Lui pregato, a Lui adorato, a Lui riconosciuto nei piccoli e nei poveri, a Lui accolto negli emarginati». Quello che l’Arsenale della Pace ha da dire parte proprio da qui, «è frutto del sogno di Dio», «un sogno che ha mosso braccia e gambe, ha animato i progetti, le azioni e si è concretizzato nella conversione di un arsenale di armi» dove oggi «si fabbricano artigianalmente le armi della pace, che sono l’incontro, il dialogo, l’accoglienza». «E in che modo si fabbricano?», si chiede Francesco. «Attraverso l’esperienza: nell’Arsenale i giovani possono imparare concretamente a incontrare, a dialogare, ad accogliere».

È ciò che l’Arsenale della Pace cerca di fare dall’inizio della sua storia, attraverso quella che Ernesto Olivero chiama la regola dell’imprevisto, incarnata dal campanello e da chi bussa alla porta. In fondo le tragedie del mondo sono entrate così in piazza Borgo Dora 61. Dagli appelli dei missionari alle spedizioni umanitarie in ogni continente, dal dialogo con il mondo del carcere all’accoglienza degli stranieri, il Sermig non si è mai sottratto.
«Questa è la strada – sottolinea Francesco – perché il mondo cambia nella misura in cui noi cambiamo. Mentre i signori della guerra costringono tanti giovani a combattere i loro fratelli e sorelle, ci vogliono luoghi in cui si possa sperimentare la fraternità».

Una parola sottolineata più volte. «Il Sermig si chiama “fraternità della speranza” – commenta Francesco – ma si può dire anche l’inverso, cioè “la speranza della fraternità”. Il sogno che anima i cuori degli amici del Sermig è la speranza di un mondo fraterno». Ma tutte queste realtà: «la pace, la speranza, l’incontro, l’armonia, si costruiscono solo con lo Spirito Santo, lo Spirito di Dio. È Lui che crea la pace, la speranza, l’incontro, l’armonia. E i cantieri vanno avanti se chi ci lavora si lascia lavorare dentro dallo Spirito».

Matteo Spicuglia


Di quella mattina ricordo la trepidazione. Avevo nel cuore, come tutti, la consapevolezza che dai suoi gesti e dalle sue parole avremo ricevuto una risposta alla domanda che riaffiora spesso nella preghiera: «Signore, facciamo del nostro meglio, ma tu come ci vedi? Signore, stiamo facendo la tua volontà?»
Quarant’anni dopo l’entrata del Sermig all’Arsenale della Pace sentivo che l’incontro con il Papa era come passare un vaglio. Da un lato desideravo che mettesse il suo sigillo sulla nostra storia vissuta nella fedeltà alla Chiesa, ma nello stesso tempo ne avevo timore. In Sala Clementina l’atmosfera era raccolta ma gioiosa, un lungo applauso aveva accolto papa Francesco. Il Papa aveva ascoltato con attenzione il saluto commosso di Ernesto, l’aveva salutato con affetto, poi aveva preso la parola chiamandolo per nome… man mano che ascoltavo le parole del suo discorso cresceva in me prima l’incredulità, poi lo stupore, e infine la meraviglia e la lode allo Spirito Santo . Non mi sono ancora capacitata della bellezza e della profondità di quelle parole.
«L’Arsenale della Pace è frutto del sogno di Dio… della potenza della Parola di Dio. Quella potenza che sentiamo quando ascoltiamo la profezia di Isaia: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri… non impareranno più l’arte della guerra». Ecco il sogno di Dio che lo Spirito Santo porta avanti nella storia attraverso il suo popolo fedele». Ogni volta che rileggo il testo del discorso mi commuovo di essere parte della storia di quello che il papa chiama «una specie di grande albero cresciuto a partire da un piccolo seme», «un gruppo di giovani insieme al Signore Gesù», dove il Signore si è impastato con tutti noi «perché – dice il Papa – questa è un’opera che non si può fare senza Dio. Perché la guerra si può fare senza Dio, ma la pace si fa solo con Lui. E accolgo con gioia il suo invito: andate avanti!»

Rosanna Tabasso, presidente del Sermig


Cari amici,
siamo qui in San Pietro, nel cuore della Chiesa, l’emozione mi accompagna. Siamo qui per pregare perché l’onnipotenza di Dio ci avvolga con la sua Presenza di Padre, seguendo suo Figlio Gesù, con la forza dello Spirito Santo.
Siamo qui con Maria che ha benedetto da subito il Sermig. Ognuno si senta accolto, ognuno che è qui per vivere un momento di comunione. Siamo in un pellegrinaggio, condividiamo la fatica che abbiamo fatto per arrivare qui. E questo pellegrinaggio ha seguito la nostra fatica, la nostra emozione. C’è il cuore della Chiesa, il desiderio di ripartire con un cuore più buono, più desideroso di fare la volontà di Dio.

Ernesto Olivero

NP maggio 2025



PAPA FRANCESCO AGGIUNGE LA SUA FIRMA ALL'ICONA DI MARIA MADRE DEI GIOVANI

Le storie incredibili, quelle di Dio, non hanno fine. È comparso così nella storia della Chiesa un uomo arrivato quasi dalla fine del mondo: papa Francesco. Da subito, ho pensato che fosse cosa buona chiedere una terza firma per la Madonna delle Tre mani e, nell’attesa, sospendere la pubblicazione di questa storia. Il desiderio mi scoppia nel cuore e dico a me stesso: «Se incontrerò mai il Papa, la Madonna sarà con me e anche la preghiera». È quanto è avvenuto il 5 ottobre del 2013: mezzora a tu per tu nel Palazzo apostolico, un appuntamento voluto e desiderato dal mio vescovo, mons. Cesare Nosiglia. Ho davanti il Papa e sento di chiamarlo subito «Padre atteso». «Papa Francesco, ho una storia incredibile da raccontare, la storia della Madre dei Giovani e di una preghiera scritta nel 2000 e firmata da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Vorrebbe farla sua anche lei?» Il Papa legge attentamente, entra nel silenzio e nello stupore, poi prende la mia penna e scrive: «Francesco, 5/10/2013». Una firma piccola, piccola che mi fa capire subito la sua umiltà…
(da: Tre mani dalla Russia, Priuli e Verlucca, 2015)

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