Il primato del diritto
Date 17-07-2025
Mélida Hodgson, presidente della Società Americana di Diritto Internazionale (American Society of International Law, asil), l’associazione dei professori, degli studiosi, dei giuristi e dei funzionari governativi che si occupano di diritto e relazioni internazionali (non solo americani), ha pubblicato una dura dichiarazione dal titolo Gli Stati Uniti e la Rule of Law internazionale. La sintetica pagina si apre con una frase di grande efficacia: «nei suoi 120 anni di storia l’asil ha portato avanti una visione delle relazioni internazionali basata su due semplici idee, diritto e giustizia».
Rule of Law è un’espressione che in italiano (e in francese) viene di solito tradotta “Stato di diritto”, ma così non si rende appieno l’idea del significato profondo. Sarebbe, infatti, meglio parlare di “governo del diritto”, di “diritto che governa”, di “primato del diritto”, insomma di una realtà politica e istituzionale che è governata dal diritto, nella quale il diritto è posto al di sopra di tutto. Ebbene, questa dichiarazione della presidente asil è una forte riaffermazione delle ragioni del diritto (cui è intitolata questa nostra rubrica di Nuovo Progetto).
Nel testo si afferma che il moderno ordine giuridico internazionale «è ora sotto attacco diretto, sia all’interno sia all’estero. L’elenco delle iniziative degli Stati Uniti che minano l’ordinamento giuridico internazionale è lungo, e comprende: la proposta di trasferimento forzato di due milioni di palestinesi fuori da Gaza; le dirette minacce alla sovranità e integrità di una crescente lista di Paesi e territori; l’improvviso e proceduralmente scorretto recesso da istituzioni e strumenti internazionali, come l’Organizzazione mondiale della sanità e gli accordi di Parigi sul cambiamento climatico; ignorare obblighi giuridici vincolanti verso richiedenti asilo, rifugiati e migranti; così come il ritiro degli aiuti esteri stanziati dal Congresso degli Stati Uniti – assistenza che allevia le sofferenze, salva le vite, promuove i valori americani e rende l’America più sicura». Inoltre, «l’uso di sanzioni contro la Corte penale internazionale per punire le persone che lavorano per salvaguardare il diritto internazionale è pernicioso [...]. Coloro che lavorano con o per la Corte penale internazionale, una corte voluta per affermare la responsabilità per i più gravi crimini – genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e il crimine di aggressione – svolgono una funzione critica per il mondo libero».
Di qua e di là dell’Atlantico spirano venti inquietanti di affermazioni e azioni di governi che hanno scelto la contrapposizione politica a diritto e giustizia. La giustificazione offerta è ovunque la stessa: siamo eletti dal popolo e dunque chiamati a operare scelte che non possono incontrare ostacoli. In particolare, si afferma che gli atti politici non sono sindacabili dai giudici. Il politico eletto, cioè, deve poter andare per la sua strada, e non deve essere ostacolato da seccature come “diritto”, “norme giuridiche”, “sentenze”. A Washington come in alcune capitali europee si respira insofferenza per qualunque cosa odori di Rule of Law. Non solo ma, più in generale, Rule of Law, libertà fondamentali, diritti umani, democrazia sono oggetto di reazioni di fastidio, insofferenza, derisione, quando non di aperta ostilità. A Washington il 6 gennaio di quattro anni fa l’attuale presidente degli Stati Uniti ha appoggiato un atto eversivo. Fin dalla sua prima presidenza, ha promosso violazioni dei diritti umani, e di quelli di rifugiati e migranti. Attacca e delegittima il multilateralismo e le istituzioni internazionali. Pochi giorni fa lo stesso inqualificabile personaggio ha offeso pesantemente il diritto internazionale e la diplomazia, arrivando a umiliare in mondovisione un capo di Stato che provava a far valere le ragioni di uno Stato aggredito e di un Paese “martoriato” da tre anni (per usare l’efficace espressione che papa Francesco ripete instancabilmente da tre anni).
Il diritto internazionale protegge “l’integrità territoriale” e “l’indipendenza politica” degli Stati. Lo zar sovietico Putin ha aggredito uno Stato sovrano e il mondo sta a guardare. Il bullo della Casa Bianca riceve il capo dello Stato aggredito, lo umilia e gli passa il messaggio: «China la testa, togliti dai piedi; il destino del tuo Paese sarà deciso dall’aggressore e da me». Come nel settembre 1938 a Monaco, alla vittima (allora era la Cecoslovacchia) si chiede di stare a cuccia, fuori della porta, perché alla logica della forza del potente si accompagna efficacemente il fastidio per il diritto. Lo stesso vale per i palestinesi. Il capo del governo israeliano riconosce il presidente degli Stati Uniti come unico interlocutore e, insieme, cercano di disegnare un futuro che non farà che incrementare odi e divisioni. E ancora, i sovranisti europei (il ras magiaro Orbàn in testa) si allineano con piacere a questa svolta politica e agli attacchi a tutto quello che richiama Rule of Law, regole, principi, valori. All’onu gli Stati Uniti hanno votato con Russia, Bielorussia e Corea del Nord, contro l’Ucraina, l’Unione Europea e la maggioranza degli Stati del mondo. Autocrati come il sultano Erdogan, il nazionalista indiano Modi, il despota di Teheran Khamenei sono volentieri in sintonia.
Il mondo oggi più che mai ha fame di pace, sicurezza, giustizia. Non dobbiamo cessare di gridare a ogni autocrate (e a chi aspira a diventarlo) che queste sono impossibili senza una convinta adesione a tutto quello che Rule of Law significa e implica.
Edoardo Greppi
NP aprile 2025




