In cammino tra due patrie

Date 19-08-2011

por Giorgio Ceragioli

Il Cristianesimo non sarebbe tale se non fosse innanzitutto annuncio di una speranza escatologica. Il messaggio cristiano infatti è fondamentalmente un messaggio escatologico, è la certezza che abbiamo la vita oltre la morte e che la vita ha vinto la morte.

di Mario Airoldi


Gesù e i santiSulla terra noi siamo esuli, pellegrini, viviamo una paroikia. La bibbia ci ricorda spesso che la nostra vita terrena è una paroikia, cioè un inquilinato, un attendamento di gente che non ha una casa stabile. Noi non abbiamo qui una città stabile, ne aspettiamo un’altra; noi siamo qui come il popolo dell’Esodo che di volta in volta fa l’accampamento, piazza le tende ed è pronto poi a toglierle e a ripartire (cfr. 1Pt 3,17; Eb 11,14; Fil 3,20). Da paroikia deriva il termine parrocchia; pensiamo allora a come le nostre parrocchie, molto spesso, finiscano per essere appesantite da tutto ciò che le tiene ferme, da un equipaggiamento troppo pesante che rallenta e ferma il passo….
Il senso di inquilinato, di cammino, di paroikia, deve invece essere tipico del cristiano che ha due patrie. La patria definitiva è quella dei cieli, ciononostante egli è ospite serio su questa terra.

Spesso parliamo di aldilà e aldiqua, vocaboli che riflettono le tappe della nostra condizione umana. Viviamo in un aldiqua che ha avuto un principio e siamo in cammino. Ma che ne sarà di noi nell’aldilà, oltre la frontiera dell’aldiqua? Percepiamo l’esistenza di questo confine soprattutto quando parliamo del mondo dei più e diciamo: “È andato nel mondo dei più”, intendendo lo sterminato numero di persone che hanno vissuto su questa terra nella precarietà della condizione umana. In tutte le culture c’è la consapevolezza della fragilità di tale condizione: “Come ombra è l’uomo che passa” (cfr. Sal 38,7). Nel paganesimo si avverte con sgomento la fallacia, la precarietà di questa vita e l’ignoto che contraddistingue l’aldilà.

Per puntualizzare questi termini facciamo ricorso alla dottrina dei Padri della Chiesa che ci hanno insegnato sapientemente a comprendere il tema del tempo e dell’eterno. Pensiamo al mistero del Natale, al mistero del tempo in cui irrompe l’Eterno; un bimbo in braccio a sua madre: l’Eterno nel tempo! In realtà il tempo è un mistero inafferrabile: l’istante che è passato non ci appartiene più, non sappiamo come saranno gli istanti futuri e persino il tempo che viviamo ci sfugge. Agostino nelle Confessioni ha lucide pagine sul mistero del tempo: “Ci sentiamo in balia del tempo, proviamo un senso di smarrimento davanti a questa inarrestabile fuga del tempo … Ma il tempo in ogni istante ha dentro di sé la pienezza dell’Eterno, è misurato e sostenuto dall’Eterno, ne viene redento e porta in boccio la pienezza della vita eterna”.
Lancette di un orologioIl mistero del rapporto tra il tempo e l’Eterno è contenuto anche nel brano di Pietro che riprende un testo di Isaia: “Davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni sono come un giorno solo” (2Pt 3,8).
Allora noi viviamo già nell’oggi di Dio, perché questo oggi eterno di Dio – in cui mille anni si consumano in un istante – conferisce pregnanza ad ogni attimo, dona pienezza ad ogni momento.

Il tempo dell’uomo è quindi il tempo intermedio tra l’Eterno da cui viene il tempo – perché il tempo è creato da Dio con la creazione stessa – e l’Eterno che consumerà il tempo nel giorno in cui tutte le cose si trasfigureranno in cieli nuovi e terra nuova.
È in questo orizzonte che il penultimo e l’ultimo acquistano significato; viviamo le realtà penultime sempre protesi però verso le cose ultime. Il penultimo non avrebbe esito se ciò che viviamo come non definitivo, non avesse in sé la certezza di un orizzonte definitivo. Tutte le esperienze umane, anche le più belle, sono realtà penultime. Persino l’amore ha dentro di sé una grande nostalgia di eternità e questa nostalgia può trasformarsi in certezza se l’amore si fonda sull’Eterno. “Quando due innamorati si dicono ti amo è come se dicessero: Tu non morirai” (cfr. Gabriel Marcel). È Gesù stesso che ci dice: io ti amo e tu non morirai, perché io ho preso su di me la morte, quella morte che manda in frantumi ogni tua esperienza. Io rendo eterno tutto ciò che ha valore nella tua vita, soprattutto l’amore.

È in questa ottica che acquista senso il già e non ancora; noi viviamo già una dimensione definitiva, ma non ancora perché non è pienamente definitiva.Henry Martin, Gesù risorto
“Noi siamo già figli di Dio, ma ciò che saremo non possiamo immaginarlo, perché allora saremo con lui, lo vedremo faccia a faccia, così come egli è e lo conosceremo come lui conosce noi” (cfr. 1Gv 3,1-3). Dio è in una pienezza che oggi noi non conosciamo, perché segnati dal limite, ma la conosceremo. Egli con la sua Grazia ha già seminato in noi i segni di questa pienezza; noi siamo già trasfigurati, ma quando saremo con lui vivremo nel compimento della sua trasfigurazione, perché “tutte le cose vecchie saranno passate” (cfr. Ap 21,5-6) e tutto sarà redento. La nostra vita è già nascosta con Cristo in Dio” (cfr. Col 3,3); se sono in comunione con Cristo, egli mi introduce già nella vita trinitaria, nel cuore di quell’Amore da cui tutto è venuto e in cui tutto avrà compimento.

A noi è già possibile vivere in questo Amore attraverso la fede, nella speranza e nella carità. Quando saremo con il Signore, non avremo più bisogno della fede perché lo vedremo “faccia a faccia” (cfr. 1Cor 13,12); non avremo più bisogno della speranza perché gioiremo nella sua beatitudine. Resterà la carità, perché se ora cerchiamo di amarlo, se siamo stati abitati dal suo amore, se siamo uniti al suo amore, vivremo allora nella pienezza dell’Amore, nell’Amore che non avrà mai fine.

Ogni creatura è chiamata a misurarsi con la risurrezione del Cristo, e questo ha luogo nella cella più segreta e profonda della nostra coscienza, là dove ognuno di noi – lo sappia o non lo sappia- ha la possibilità dell’incontro unico ed irripetibile con Gesù Cristo e con il suo mistero pasquale.
Giovanni Paolo II nella Redemptor Hominis sottolinea con una sorta di ritornello che ogni creatura, ogni comunità, ogni società, tutta l’umanità intera – che lo sappia o no – è in rapporto con Gesù Cristo in modo unico ed irripetibile perché Cristo ha assunto in sé tutta l’umanità e l’ha redenta. Si tratta di una richiesta di amore e, in quanto tale, l’uomo ha la possibilità di respingerla. La salvezza nasce dalla risposta ad un Amore che ci offre la redenzione a prezzo del suo sangue. Ogni creatura quindi, più o meno consapevolmente, è immersa in questo mistero di salvezza.

Tutto ciò ci rimanda all’atteggiamento dell’attesa, all’indole escatologica del cristiano. Attendiamo la seconda venuta di Gesù che si compie già ora nei nostri cuori se rimaniamo nella sua grazia. Questo ci colma di gioia ma anche di responsabilità.
Di conseguenza, queste riflessioni ci rimandano anche alla nostra appartenenza alla Chiesa. Noi, che nel battesimo abbiamo ricevuto il segno indelebile di Cristo, siamo di Cristo; segnati dalla grazia del battesimo per tutta l’eternità, apparteniamo alla Chiesa visibile che annuncia la ultime cose. Tutti quelli che hanno incontrato, senza saperlo, il Cristo nel sacrario della loro coscienza, appartengono invisibilmente alla Chiesa visibile.

Michelangelo, Il giudizio universaleSecondo un’antica terminologia, per Novissimi s’intendono le cose ultime. I Novissimi dell’uomo riguardano Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso; si tratta dell’escatologia intermedia, che riguarda cioè ogni uomo mentre la storia continua il suo corso. I Novissimi del mondo o della storia appartengono all’escatologia finale, quando tutto avrà termine, e comprendono la Resurrezione della carne, il Giudizio e la vita eterna e la Trasfigurazione dell’universo (cfr. Gaudium et Spes n. 39).
A questa precisazione può essere utile affiancarne un’altra.

Tra escatologismo e presenzialismo c’è correlazione. L’escatologismo segna la tensione della Chiesa verso la pienezza della Comunione dei Santi; in altre parole l’indole escatologica della Chiesa peregrinante nella sua unione alla Chiesa celeste (cfr. cap. 7 Lumen Gentium). Tutto ciò però ci impegna fin d’ora a convertirci e a credere: ecco il presenzialismo. La vita eterna è questa: convertitevi e credete al Vangelo; credere al Figlio di Dio e vivere di lui (Mc 1,13). Il Regno di Dio è qui ora, e si compirà nell’eternità.

L’equilibrio del cristiano consiste proprio in questo: vivere un intenso presenzialismo grazie ad una fede profonda che è già ora un saldo innesto nell’escatologia.
Dobbiamo vivere nella storia come innamorati dell’Eternità e portare questo amore nel nostro quotidiano; dobbiamo perciò amare il tempo in cui siamo chiamati a vivere, accettare di essere là dove siamo e vivere ogni momento come un tempo di grazia e di responsabilità poiché è dono del Signore.
Siamo chiamati a cogliere nel tempo il palpito dell’eternità e a vivere un equilibrio tra l’ultimo e il penultimo, tra impegno e contemplazione, tra presenza nell’oggi e tensione verso l’eterno, tra patria terrena e patria celeste.

 

Mario Airoldi
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore


 

Vedi anche:
Viaggio nel tempo di Giorgio Ceragioli
Oltre il grande confine di Ignazio De Francesco

 
 
 
 

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