Natura ribelle

Date 19-12-2020

por Corrado Avagnina

Da qualche tempo e non solo nel nostro Paese, appena giunge una perturbazione, ecco che si corre il rischio di bombe d'acqua, di alluvioni devastanti, di nubifragi senza scampo, ancorchè in punti nevralgici, in zone circoscritte, ma con effetti sempre più distruttivi. Poi arriva anche l’ondata più forte ed allargata, che fa esondare i fiumi e che ripropone il disastro su vasta scala per territori ormai sempre più fragili. Scrivo da un angolo di provincia piemontese ove queste alluvioni stanno tormentando e massacrando a ripetizione una terra, ferita in impressionanti replay, lasciando sconforto, amarezza, e danni consistenti. Solo ad inizio ottobre si sono registrati 500 millimetri di pioggia torrenziale in dodici ore, una notte di tregenda nel Cuneese. Queste quantità di acqua dal cielo in alcune regioni d’Italia scendono in un anno. Un evento meteo eccezionale nella sua gravità. Ma il fatto che si ripropongano queste situazioni, che mettono in ginocchio, pone interrogativi su quanto sta succedendo. Perché adesso, con un’insistenza da brividi, tornano queste devastazioni? E si chiamano in causa almeno due ordini di fattori, che vanno tenuti presenti e non isolati, né contrapposti, perché alla fine, per una ragione o per l’altra, purtroppo arriva la calamità. Da una parte sono additati i cambiamenti climatici, a cui la mano dell’uomo complessivamente non è estranea. Su questo fronte si è in affanno. A livello di Nazioni si pongono scadenze e termini, che sembrano vanificarsi, o non si riesce a trovare l’accordo di tutti, per i troppi interessi in gioco. E poi il clima non si ferma alle frontiere... Quindi ci vogliono stili di vita diversi, a partire dai combustibili fossili. Si riscalda l’atmosfera e forse da noi anche il Mediterraneo viene stressato, con vapori che si scontrano ed ingenerano fenomeni straordinari dalle nubi. Insomma il clima mortificato presenta il conto, salato.

Ma c’è anche un altro risvolto che deve interpellare, purtroppo a conti fatti in misura disastrosa: si tratta della salvaguardia del territorio, in particolare quello montano e quello legato ai corsi d’acqua minori. Con una cura (pressochè sparita) dei siti, dei borghi, dei boschi, degli argini... C’è da ripensare una cementificazione che ha inciso là dove doveva essere ridotta o imbrigliata. La montagna si è poco per volta desertificata. E non basta tornarci per le escursioni d’estate o per le sciate sulle piste “bianche”... Occorre viverla a 360°, in tutte le urgenze che manifesta, perché non si rivolti contro. C'è una politica dei territori ora spesso considerati marginali che è venuta a mancare, lasciando spazio aperto alle acque di piena che ora spazzano via tutto.

Insomma sia nel grande sia nel piccolo ci sono poste le premesse tragiche perché la natura si ribellasse in questo modo. Qualcosa di decisivo va fatto, su tutti i fronti. Mettendosi insieme, risalendo la china, se non è già troppo tardi. E dire che cinque anni fa papa Francesco con la Laudato sì aveva già dato forti segnali, perché non fossimo distratti.

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