Numeri senza campione
Date 01-09-2025
Quella coppa di cartone gliel’aveva regalata il figlio un pomeriggio di ritorno dalla scuola elementare. Ma lui non era stato campione di niente e con gli anni era diventato solo un’ombra che camminava. Quella ragazza con cui aveva studiato era professoressa in una prestigiosa università, l’amico di dottorato era accademico a Oxford, un ex collega era direttore di una ONG e poi c’era anche chi si era «fatto i soldi».
Non ci aveva mai fatto caso, ma a un certo punto, i numeri erano diventati per lui un cruccio. Le ore non erano spese bene, non riusciva a stare al passo, tirava fuori un granello di soddisfazione al giorno, non di più (a volte una goccia dal mare, un sorriso da una folla). Certi giorni stava in una lamentazione compulsiva, ma era un fatto solo interiore: anche le parole per lui erano oggetti da estrarre. Tirava fuori dal Qohelet quel termine hebel (vuoto): la sua vita era inconsistente, evanescente.
Come in una poesia di Pessoa confondeva numeri e vita, forma e sostanza, si disordinava così completamente che arrivava a sentire più il dolore che lo stupore. Finché non gli vennero addosso quelle parole di Tagore: «Cosa fai in quella stanza buia dalle porte chiuse? Apri gli occhi e guarda: non è qui la tua gioia. Non è nei numeri. È con la gente che sta sotto il sole e la pioggia, che cammina nelle strade, in coda davanti alle mense, sotto i portici a ripararsi dal freddo, levati quel manto di sapienza e scendi con loro nella polvere delle strade». E così ogni tanto è stato (e sarà) se potrà ancora essere campione di niente. Gratias, filiolus.
Fabrizio Floris
NP maggio 2025




