Per non dimenticare Assisi

Date 31-08-2009

por Aldo Maria Valli


Il 24 gennaio 2002, il papa invitava i rappresentanti delle religioni del mondo ad Assisi a pregare per la promozione dell'autentica pace. Dopo tre anni di guerra e terrorismo, che cosa resta di quel giorno?

... di Aldo Maria Valli

[ prima parte ] [ seconda parte ]

Agensir
La ripida scala ci porta nel nucleo più antico del sacro convento. Mi fa da guida padre Alfio, che non nasconde una certa emozione quando apre l’ultima porta. “Ecco, qui fra poco pregheranno i musulmani”, dice sottovoce, come se il rito fosse già in corso. La stanza accanto alla cappella di frate Elia diventerà così, per qualche minuto, una sorta di piccola moschea.

Potenza dello spirito francescano. Proprio quello spirito sul quale Giovanni Paolo II ha puntato per la riuscita della giornata di preghiera. Dodici le religioni rappresentate. Cristiani accanto a buddisti, musulmani fianco a fianco con gli ebrei. E poi scintoisti, induisti, rappresentanti di religioni tradizionali africane. Un caleidoscopio di fedi, tradizioni, lingue, riti, abiti, cerimonie. Tutti ad Assisi, una volta ancora, su invito del papa. Come in quella storica giornata del 1986. Una volta ancora al capezzale del mondo, malato di follia omicida.

È il 24 gennaio 2002. Da poche settimane è trascorso il 14 dicembre, la giornata del digiuno proclamata dal papa in concomitanza con la fine del ramadan, il mese di digiuno e di purificazione dei musulmani. Dopo l’attentato alle torri gemelle di New York, Giovanni Paolo II non vuole lasciare niente di intentato per cercare di ritrovare la strada della pace. Per questo ha pensato di nuovo ad Assisi, per questo ha chiamato di nuovo a raccolta tutte le religioni.

Qualcuno, all’interno della stessa Chiesa cattolica, storce il naso. Proprio come nell’86, c’è chi ritiene che con questi gesti si conceda troppo agli altri, specialmente ai musulmani, senza ricevere in cambio nulla di concreto. Ma il papa non si lascia condizionare da questi calcoli. Sposta il discorso verso un’altra dimensione, più alta, e più decisiva. Vuole pregare per la pace, e vuole farlo con i rappresentanti delle altre religioni. Di fronte al male, alla morte, alla violenza, alla guerra, rivolge lo sguardo a Dio. Certo, la diplomazia vaticana, come sempre, è al lavoro, ma prima di tutto, per lui, c’è la preghiera. E così è di nuovo Assisi, così, per qualche ora, la città di Francesco torna a essere il centro religioso del mondo, un faro di luce per cercare di squarciare con la forza della fede le tenebre imposte dall’egoismo, dall’odio, dalla sete di vendetta.

Dal papa nessun proclama, nessuna forzatura. Anzi, le differenze sono riconosciute. Ma con una richiesta: mettere le risorse di ciascuno a disposizione della pace, “per l’arricchimento e la gioia di tutti”.
Perfino il treno – scelto da Giovanni Paolo II per trasferirsi dal Vaticano ad Assisi, come fece Giovanni XXIII nel 1962 – diventa, nella sua semplicità, un simbolo di speranza. A bordo ci sono gli esponenti di tutte le religioni. Viaggiare insieme, verso una meta comune, senza contrasti, si può. E lo si deve fare se troviamo il coraggio di guardare dentro noi stessi, perché Dio stesso ha posto nel cuore umano un’istintiva spinta a vivere in pace e armonia, perché questo è un anelito più intimo e tenace di qualsiasi istinto di violenza.

Agensir

Il treno parte dal Vaticano con leggero ritardo. Il capostazione, emozionato, è incerto sul da farsi: fischiare o no? Puntuali sono arrivati invece i giovani, tantissimi, che riempiono Assisi con le loro voci, i loro canti, i loro sacchi a pelo. Giovani che non solo proclamano la voglia di pace, ma la vivono. Molti si sono dipinti le parole no war sulla fronte. Composito l’insieme delle sigle: Acli, Azione cattolica, gli scout dell’Agesci, i ragazzi della comunità di sant’Egidio e quelli della Caritas, i focolarini di Chiara Lubich, i volontari del Sermig, il Servizio missionario giovani, arrivati da Torino e tante altre località.


Agensir
Accanto a loro giovani ebrei, musulmani, buddisti, valdesi, luterani, ortodossi, perfino i sikh con barba e turbante. Pregano durante la veglia notturna nella basilica di Santa Maria degli Angeli. Poi, alle quattro di mattina, avvolti dal gelo invernale, tutti in fila vanno in pellegrinaggio al sacro convento.
A loro si appoggia il vecchio papa, a loro affida il messaggio. La pace va costruita su due solidi pilastri: l’impegno per la giustizia e la disponibilità al perdono. Per camminare su questa strada, spiega, c’è bisogno di umiltà e di coraggio.
Questi ragazzi, a quanto sembra, lo fanno già. L’islam è pace, mi dice convinto un giovane musulmano, mentre poco più in là, nella piazza del Duomo, melodie orientali si mescolano alla preghiera del Padre nostro.
Di fronte al caleidoscopio affiora qualche dubbio sul possibile sincretismo, ma sono proprio loro, i giovani, a spazzarli via, con i loro volti e le loro preghiere. Nessuno rinuncia alla propria identità, nessuno annacqua o ammorbidisce la propria fede. Anzi, la vitalità di ogni testimonianza nel confronto con l’altro, con il diverso, prende vigore ed esce rafforzata. Ma nel rispetto, non nella contrapposizione.
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