Piccolo ma non sciocco

Date 14-08-2012

por Giorgio Ceragioli

di Giorgio Ceragioli - L’uso delle tecnologie appropriate, che richiede ricerca e impegno, permette di trovare una risposta valida in ogni singolo caso e in ogni esigenza.

In un mondo profondamente tecnologizzato, riproponiamo delle riflessioni sulla tecnologia abbinata alla speranza. Una rubrica di Progetto scritta trent’anni fa da Ceragioli, ingegnere e tecnologo che ha messo il suo sapere e le sue competenze a servizio dello sviluppo economico e sociale delle persone e dei Paesi più poveri. Per chi la tecnologia, per che cosa? Non solo per il piacere del nuovo, ma per sostenere la vita e dare speranza.

“Appropriate Tecnology” è la testata di una rivista inglese, edita da un centro che studia le tecnologie appropriate, fondata da un certo professor Schumacher, noto in tutto il mondo proprio per la sua lotta a favore delle tecnologie appropriate. Schumacher (foto) ha scritto un libro magnifico dal titolo “Piccolo è bello”, uno slogan che riassume la sua passione: bisogna che tutto ciò che fa l’uomo sia a sua misura, bisogna che l’uomo si riconosca nei prodotti del suo lavoro, nei metodi di produrre, nell’ambiente che continuamente costruisce intorno a sé; tante altre cose dice Schumacher in quel libro che, anche se vecchio di qualche anno, è certamente consigliabile per chi si interessa di problemi sociali, di sviluppo dell’uomo e del Terzo Mondo, di tecnologia.

“Piccolo è bello”, perché non sono schiacciato dalla complessità delle grandi tecnologie (pensate ad una fabbrica classica di automobili) e perché posso più facilmente “gestire” le cose piccole. Se l’impianto di riscaldamento è centralizzato rischio di aver freddo quando sono ammalato e di sprecare una quantità enorme di energia quando sono via con la famiglia per una gita, o quando siamo tutti a scuola o al lavoro. “Piccolo è bello” perché se lo posso fare e gestire io, cercherò di farlo esattamente sulle mie esigenze ed eviterò di sprecare materiali ed energia per cose che non servono. Mi riferisco ancora alla casa, che è un po’ il mio campo di lavoro: se la casa è fatta per me, e non in serie, posso avere le stanze da letto anche piccolissime per far posto ad una grande stanza dove i figli possano far “pasticcio” con gli amici, giocare a ping-pong o fare la lotta greco-romana su un grande tappeto steso per terra; ma se la casa è fatta in serie devo rispettare le esigenze medie della gente che non sono certo giocare a ping-pong e fare la lotta greco-romana.
“Piccolo è bello” perché se non investo troppi capitali per fare una fabbrica, posso cambiare la produzione con il cambiare delle esigenze, altrimenti devo continuare a costruire case a grandi pannelli prefabbricati o a “tunnel” (a cunicolo, direi io), anche se non mi piacciono, anche se non posso cambiare i muri come vorrei, anche se mi hanno messo gli impianti elettrici, dell’acqua… dentro il solaio, e quando si rompono è un guaio, perché devo ammortizzare i capitali, recuperare i soldi impiegati attraverso “grandi” (e non “piccole”) serie di produzioni. “Piccolo”, perciò, nel senso della quantità di produzione in serie: meglio che un contadino possa prima garantirsi il cibo, e poi avere qualcosa da vendere – rinunciando così alle grandissime produzioni – perché, quando i prezzi del grano o del cacao o dello zucchero cambiano sul mercato internazionale, il contadino mangia ancora e non è alla fame, come lo sono milioni di contadini ogni anno in Africa, in Asia, in America Latina, in balia del fluttuare dei prezzi sul mercato internazionale.

D’altronde Clark, una di quelle persone un po’ pazzerelle chiamate “futurologi” perché studiano (però il più scientificamente possibile) il futuro, diceva cose ancor più radicali. Parlava di necessità di tornare al “baratto”, cioè a scambiarsi le cose direttamente al posto di usare i grandi canali del commercio internazionale; diceva che bisognava abbandonare la “monocultura” (cioè la dipendenza di una intera nazione da un solo prodotto o quasi: vedi Senegal, che dipende moltissimo dalla coltivazione delle arachidi)… E diceva tutto questo perché pensava che la salvezza dell’ umanità stesse nel “decomplessificare” i grandi sistemi, renderli più semplici, più piccoli, per evitare da una parte la rovina spirituale (l’uomo schiavo e non padrone della tecnologia) dall’altra la rovina materiale. Ricordate il “blach-out” (oscuramento totale) di New York di qualche anno fa? Era stata la paralisi, per molte ore, con danni incalcolabili. E tutto perché in una centrale non erano funzionati alcuni congegni. D’altronde, cosa c’è sui nostri ascensori? Un cartello che avverte della possibilità di fermata improvvisa per mancanza di energia elettrica. Il che vuol dire che sarebbe meglio andare a piedi e non in ascensore, durante quelle ore, e vi par poco? In un ospedale in Somalia, fatto dai cinesi, non c’erano ascensori per trasportare le barelle, ma solo lunghe rampe poco ripide per trascinarle da un piano all’altro.

Era una tecnologia semplice che non chiedeva macchinari ed era stata fatta perché non si poteva garantire la manutenzione degli impianti, cioè la sicurezza del loro funzionamento, data la povertà del Paese. E si diceva che, in un altro ospedale, era morto più di un malato perché l’ascensore non funzionava. Ecco perché “Piccolo è bello”. Ma stiamo attenti a non fare due errori che spesso si fanno. Primo: confondere “piccolo” con “sciocco” o “semplicistico”. Molto spesso “Piccolo è bello”, ma anche difficile, carico di studio, diverso da come si potrebbe pensare normalmente. Facciamo un esempio. In Bangladesh (nazione di circa 150 milioni di abitanti fra l’India e la Cina ) c’è bisogno di navi, barconi… Lo stesso succede in Malawi (piccolo stato africano sul lago Malawi), solo che qui si parla non di navi, ma di barche da pesca e simili. “Appropriate tecnology”, la rivista di cui è parlato all’inizio dell’articolo, racconta quale è stata la soluzione trovata per soddisfare a queste necessità, fondamentali per tanti pescatori, contadini e poveri e poverissimi di queste due nazioni pur così diverse fra di loro. È stata la stessa. Ma non è stato il costruire barche di legno come si faceva da secoli. Ma non è stato il costruire con bambolo, canne di materiale vegetale come fanno i patiti del ritorno all’antico, quelli che attraversano gli oceani in zattere. Sono state costruite in cemento armato, come lo erano le navi Liberty che durante la seconda guerra mondiale hanno portato i soldati americani a morire in Europea per sconfiggere il nazismo di Hitler.
E sono state costruite non a caso, senza pensarci, ma dopo attenti studi tecnici, economici, scientifici che ne hanno garantito la durata, la rispondenza alle esigenze, la possibilità d’uso. Sono stati interpellati fior di tecnici e ne è venuta fuori la risposta appropriata, quella che, in quel caso, era più appropriata del legno o del bambolo, che sarebbero piaciuti di più ai nostri ecologi incalliti. E si è potuto usare il cemento armato perché era una tecnica già collaudata, studiata, scientificamente verificata. Una tecnologia piccola, come voleva Schumacher, fattibile da pescatori molto semplici, perché altri ne garantiva la riuscita. Il secondo errore sarebbe il credere che tutto debba essere sempre “piccolo” e che nulla possa essere grande: confondere “appropriato” (cioè utile in quel caso, per quelle persone, che hanno bisogno di quelle cose, che vogliono poterle controllare in quel modo) con “intermedio” o “antico”. Sarebbe cioè un errore credere che dobbiamo dimenticarci dell’industria, dell’unità che, certe volte, le grandi produzioni possono avere, dimenticare che senza industria non ci sarebbero stati gli elicotteri per portare soccorsi ai terremotati delle montagne dell’Irpinia e che senza industria sarebbe difficile, molto difficile, avere le barre di acciaio da mettere in quel “cemento armato” che è servito per fare le barche e le navi per il Bangladesh e per il Malawi. Ma di queste cose speriamo di poterne parlare altre volte.

dalla rubrica di Progetto 1981 LA SPERANZA TECNOLOGICA (2/10)

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