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LA STAMPA - Ernesto Olivero: Siamo sempre allievi, mai maestri

Date 05-06-2023

 

  

Ernesto Olivero

"Siamo sempre allievi, mai maestri
A Torino questa emergenza non c'è"

Il fondatore del Sermig racconta la rete solidale nella città dei santi laici
"Trattiamo allo stesso modo chi bussa alla porla e i potenti che vengono a trovarci"

di Lodovico Poletto

Scatoloni. Montagne di scatoloni sotto le volte di questa struttura che fu parte del Regio Arsenale di Torino, o per dirla con la definizione di allora «Regia fabbrica delle polveri e raffineria dei nitri». Un luogo che aveva a che fare con la guerra. Con i soldati. Con la morte.
«Oggi questo è un posto di vita, di solidarietà e di futuro» dice lui, l'uomo che ha trasformato gli spazi delle armi in spazi di pace. Che ha cambiato la narrazione di quella fetta di città: Ernesto Olivero.

E quegli scatoloni stracolmi di confezioni di pasta, di farina, di olio e ogni tipo di cibo, oltreché di vestiti, coperte, scarpe, sono la prova che la solidarietà all'Arsenale non è mai morta. E i ragazzi, che in quei giorni in cui la guerra in Ucraina cominciava a stravolgere vite, procurare dolore, si davano da fare a catalogare, dividere, impilare scatole, erano volontari. Ecco, nella città dei santi sociali, dei credenti che si impegnano e del mondo laico che si presta agli altri senza bisogno di alzare bandiere, non c'è uno parli di crisi del volontariato.

La «grande fuga» dalla voglia di dare una mano agli altri non c'è. E la fotografia che vedete pubblicata qui sopra, catturata proprio nei giorni di bombe e morti ed edifici distrutti in Ucraina, è la rappresentazione di tutto questo. Ci sono i beni donati. E c'è chi sistema.
C'è il cuore che si commuove. E ci sono le braccia che mettono in ordine. C'è un'altra immagine che rappresenta egregiamente che cosa significhi la parola volontariato in questo territorio che fu di Don Bosco, San Leonardo Murialdo, San Giuseppe Benedetto Cottolengo.
Andrebbe scattata certe mattine di fronte al convento delle suore Figlie della carità di San Vincenzo De' Paoli. Racconta di un mondo di diseredati che sta li, al freddo oppure sotto il - sole che ti squaglia, sapendo che quello è un porto che non è mai chiuso. Chiedono aiuto per il cibo, oppure per i vestiti, e trovano pacchi, colazioni,
sacchetti con i pasti. Domandano - e questa è la parte più complicata - una parola che faccia bene al cuore, una carezza per l'anima, e trovano anche quella. La speranza.

«La comprensione senza giudizio», dicono. E c'è anche quella. Il merito - non c'è ombra di dubbio - è delle suore.
Ma qui, come altrove, il volontariato fa la differenza. Cambia la narrazione della solidarietà. Fa crescere. E possono essere agli scout che danno una mano, oppure ragazzi delle parrocchie. Poco importa: questo è un altro posto di volontari. Di condivisione. Di conforto senza pietismo. O delle odiosossime pietose bugie.
E allora vien da domandarsi per quale ragione Torino sia così, un po' più attenta e accogliente che altrove. E la sua storia c'entra. Certo. Ma non è soltanto lo spirito di emulazione che fa la differenza. È il modo di stare davanti a chi soffre. «Non ci poniano mai come maestri, ma come allievi. Siamo così davanti alle persone che vengono a bussare alla nostra porta e davanti ai potenti che ci vengono a trovare. Siamo sempre allievi e impariamo. Da chi soffre e ha bisogno di risposte e da chi
sa», commenta Erneso Olivero, il bancario diventato l'uomo dell'aiuto, della solidarietà.
E a 83 anni è un po' più fragile, ma sempre li, in prima fila, all'Arsenale.

Olivero, ma i volontari? «Non c'è crisi. Anzi ne abbiamo di più di un tempo, c'è un leggero aumento. Ma continuano ad arrivare,, Come se il far del bene fosse contagioso. «E in grado di avvicinare muratori e notai, facendoli lavorare insieme» come dice suor Cristina, l'anima delle religiose di via Nizza. Ecco, il contagio. Il far rete sul territorio. La crescita insieme, che ha radici solidissime in un passato ormai remoto.
E allora si torna ai maestri. C'è una frase d i Ernesto Olivero che è illuminante. Riguarda il suo incontro con Madre Teresa di Calcutta.
Dice: «Ho capito anche da lei cosa significa mettersi al servizio degli altri. Noi siamo allievi. Gli altri ci insegnano.
Con Madre Teresa ci siamo voluti bene, ci siamo capiti al volo appena ci siamo incontrati».

E allora via da questi luoghi l'incubo della fuga dalla voglia di far del bene. Gratis. Via da sotto le volte del Sermig, dai cortili del convento delle suore, dalle mense, dalle sedi degli scout il disimpegno. E avanti chi vuole darsi da fare. Due numeri aiutano a capire.
Quando al Sermig si raccoglievano cibo e vestiti per la gente di Dnipro e di Kiev, venne organizzato un ponte di tir per portare là ciò che era stato donato. Ne servirono 100. E non è un'iperbole. Colonne infinite di bene che viaggia in autostrada.
Un esercito di volontari: ragazzi e adulti. Il secondo numero è 350 mila. E sono le persone che hanno donato per quella missione. Basta questo per dire quanta
gente è servita per organizzare il tutto.

E allora si torna al volontariato. «Chi si sporca le mani non mente», dicono alle mense. E forse sta proprio qui, nel non creare mai zone d'ombra il segreto dell'humus che fa crescere. Che contagia una persona poi un'altra e un'altra ancora a dare una mano. Ecco, forse è li. O forse il segreto è nella storia di questa città. Che non è soltanto industria. Ferro. Turni. È il Dna del dare una mano. Senza ricevere denaro, gratifiche e premi.

LODOVICO POLETTO

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