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La crepa e la luce

Date 26-01-2023

por Annamaria Gobbato

La crepa e la luce è il titolo dell’ultimo libro di Gemma Calabresi ed è anche stato il tema dell’incontro di martedì 24 gennaio organizzato dalll’Università del Dialogo Sermig, di cui è stata l’ospite. Nel libro, edito da Mondadori, Gemma racconta il suo personale percorso di fede e di perdono maturato in cinquanta e più anni. Gemma nel dialogo con i ragazzi che l’hanno intervistata ha ripercorso con semplicità il suo cammino di riconciliazione, iniziato il giorno stesso della morte del marito, il commissario Luigi Calabresi, ucciso a Milano davanti casa il 17 maggio del 1972. Una strada segnata inizialmente dal desiderio di vendetta di una ragazza di 25 anni rimasta vedova con due bambini piccoli e un terzo in arrivo. L’altra faccia di questo sentimento è stata la scelta illuminata dalla fede di crescere i suoi figli lontano da ogni rancore e rabbia e di abbracciare, nel tempo e con sempre più determinazione, l’idea del perdono.

… Quella mattina tornò a casa per cambiarsi la cravatta, ne mise una bianca. Mi disse che erano il simbolo della sua purezza. Mi sembrarono parole strane, soltanto molto più tardi capii che in realtà erano il suo testamento... Arrivarono via via poi in casa i colleghi poliziotti, i questori: ognuno con una versione diversa. Solo il mio parroco mi disse la verità: «È morto». Mi accasciai sul divano e poco dopo, tenendo la mano di don Sandro, sentii una grande pace interiore. Era stranissimo, non mi sentivo sola, ero altrove. Anche a distanza di 51 anni ricordo benissimo quella situazione. In quel momento Dio mi aveva visitato e mi aveva fatto pregare per la famiglia dell’assassino. Ho capito pian piano che la fede non toglie il dolore, ma lo riempie di significato. Quel momento sul divano è stato il primo segno di una Presenza che mi ha cambiato. Io ero credente per tradizione famigliare, dopo l’uccisione di Gigi ho ricevuto il dono della fede. Da allora per me la fede coincide con la vita, c’è sempre, in ogni momento.

Nonostante il momento del divano, per un lungo tempo ho convissuto con l’odio e il rancore, non ho subito risolto le mie fatiche. Ho pianto, ho sofferto tanto. Immaginavo di entrare clandestinamente tra i gruppi eversivi per scoprire l’assassino di Gigi e vendicarlo. Quanto mi sono vergognata poi di questi pensieri! Ho capito che un giorno dedicato all’odio è un giorno perso. Io ho voluto educare i miei figli al bene. Anche gli assassini di Luigi sono uomini, anche loro avranno fatto del bene ai loro amici, anche loro sono come noi. Da quel momento ho cominciato a considerare gli assassini di Luigi come uomini.

Un giorno rileggendo la frase di Gesù scelta per il necrologio, «Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno», ho capito che perdonare non toccava a me, a noi uomini, ma che solo Dio può perdonare, e ho sentito una libertà nuova.

Dobbiamo essere alla ricerca continua dei nostri sogni. Cercare di realizzarli. Per me significa cercare i segni nella mia vita. A Padova ho sentito la testimonianza di tre ergastolani: mi hanno raccontato la loro disperazione, i loro tentativi di suicidio, ma anche i momenti di pace che li hanno riconciliati con la vita, anche per loro erano incontri con Dio. Dio visita tutti, ama tutti e chiede a me di dare perdono e a loro di chiedere perdono. Un’occasione per venirsi incontro e abbracciarci.

Altri contenuti della serata saranno riportati sul mensile del Sermig, NP Nuovo Progetto, nel numero di marzo.

Annamaria Gobbato
 


foto: Renzo Bussio

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