Pace e guerra

Date 14-10-2022

por redazione Unidialogo

Paolo Magri al Sermig

Il vicepresidente dell’ISPI, uno degli istituti più importanti d’Europa per gli studi internazionali e geopolitici, primo ospite della sessione 2022-2023 dell’Università del Dialogo, dedicata alle Ragioni della Pace, ha messo a disposizione dei partecipanti alla serata la propria esperienza di analista di lunga data. Rispondendo alle domande dei giovani sul tema Pace e guerra ha sottolineato che ingredienti fondamentali per mettere fine alla guerra in corso in Ucraina sono realismo, creatività e idealismo.

Oggi facciamo molta fatica a pensare la pace, a credere nelle ragioni della pace. Proprio oggi mentre Putin incontrava il presidente Erdogan i russi lanciavano missili su Kiev ed altre città per rappresaglia all’attacco del ponte in Crimea. Quando nel 2014 papa Francesco ha evocato l’immagine di una terza guerra mondiale a pezzi a molti sembrava un’immagine esagerata. Oggi quell’accenno del papa è veramente concreto, soprattutto con la minaccia nucleare. Dopo il 1989 ci siamo illusi che i confini non avessero più il valore degli anni precedenti. Abbiamo visto la dilatazione della globalizzazione: circolazione delle merci e delle persone senza precedenti. In realtà dal 2008 con la crisi finanziaria abbiamo capito l’importanza dei confini per frenare gli eccessi della speculazione internazionale. Poi il terrorismo e l’immigrazione hanno generato nuova attenzione ai confini e nuovi muri anche all’interno dell’Europa. Poi con il governo Trump è tornato il protezionismo, infine ecco la pandemia di Covid, con la chiusura dei confini come strumenti di contenimento del virus.
Attualmente la crisi energetica sta spingendo nella stessa direzione: chiusura e difesa dell’interesse nazionale. Il diverso, la concorrenza, il virus, l’altro sono pericoli da cui difendersi. Dal mondo piatto si è passati ormai da anni a una rinascita dei confini, visti come estremi rimedi ai mali di questi tempi. La crisi energetica che stiamo cominciando a vedere non è solo frutto della guerra.

L’uscita dal Covid ci ha reso, come Stati, decisamente indebitati. Il protezionismo ha cominciato a minare la globalizzazione. Già prima della guerra avevamo cominciato a preoccuparci per l’ambiente, consapevoli che avrebbe avuto un costo. In questo mondo che evidenziava già importanti ambiti di transizione è arrivata la guerra. Dove passano gli eserciti non passano più le merci (solo uomini e donne che fuggono): così il grano e il gas non sono più passati. Siamo in una situazione di crisi su crisi. Ogni misura che funziona in un ambito può avere effetti devastanti su un altro. Con tutto ciò sono convinto che la pace conviene e quindi anche che l’Europa unita. Ho sempre rispettato l’Europa, ora ne sono innamorato. In questi ultimi periodi ha dimostrato un volto nuovo. Non amo l’Europa dei debiti e quella che costruisce eserciti, amo l’Europa che si fa sentire, l’Europa solidale, diversa e più attenta all’ambiente.


Redazione Unidialogo


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