2 novembre, commemorazione di tutti i defunti

Date 02-11-2020

por dom Luciano Mendes de Almeida

Commemorazione di tutti i fedeli defunti presieduta da Dom Luciano Mendes de Almeida
Assisi 2 novembre 1996

“E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo resusciti nell’ultimo giorno” (Gv 6,39): è la parola di Gesù sulla morte. Come abbiamo letto e udito, il Signore vuole chiarire ai suoi discepoli e a tutti noi che la morte è vinta, come il peccato. Lui è il Redentore, perché vince il peccato e la morte.
Nel momento stesso in cui Egli offre la sua vita al Padre, noi siamo perdonati e questo perdono è offerto a tutti. E nello stesso momento in cui Egli risuscita, la sua Parola si vivifica, e noi viviamo in pienezza, così come Lui aveva promesso. E anche noi, come Lui, un giorno risusciteremo; attraverso il passaggio della morte, recupereremo la pienezza della vita.

È difficile, per uno che non ha la fede, concretizzare in modo così forte il fatto che la morte ha perso la sua forza. San Paolo dice, nella lettera ai Corinzi al cap. 15, che la morte ha perso la sua mortalità, cioè che la morte si è svuotata della sua capacità di distruzione. L’altro giorno in Brasile un ragazzo ha catturato uno scorpione (in certe zone del mio Paese esistono questi scorpioni che posseggono un veleno molto forte) e, con la forbice gli ha tagliato la codina: lo scorpione non poteva più fare male a nessuno. Penso sia questo che succede quando Paolo dice che la morte ha perso il suo veleno. Il Signore ha tagliato questa povera morte, in modo che possiamo passare attraverso di essa superandone il senso di distruzione: la morte, grazie a Lui, ora per noi è come una porta che si apre per entrare nella casa del Padre. Allora noi credenti del 2000 possiamo comprendere perché i primi cristiani chiamavano il giorno della morte il “dies natalis”, il “giorno della vita”, cioè il giorno della pace eterna, il giorno in cui uno entra nella vita piena.

Un paragone molto bello che usavano spesso i Padri è quello del bambino nel grembo della madre: egli sta per nascere, ma al momento la sua è una vita che non ha ancora raggiunto la pienezza. La vera vita verrà quando comincerà a vedere, a camminare, a sentire, a sperimentare il mondo. I santi Padri usavano questo paragone per far capire che su questa terra viviamo come un bimbo nel grembo materno, e nel momento della morte ne siamo come gettati fuori ... proprio come avviene nel parto.

La prospettiva della morte inevitabile spesso è per noi un peso che ci rattrista, ma S. Paolo diceva: “Non fate così”. Noi cristiani dobbiamo aiutarci a dare il conforto della fede agli altri, perché sappiamo che noi siamo chiamati alla pienezza della vita, alla resurrezione, perché Cristo è risorto. Questa è una delle caratteristiche della vita cristiana, senz’altro la più importante, è un segno della liberazione, un segno della promessa compiuta da Dio. Gesù risorto per noi è la prova della pienezza dell’amore, perché è passato per la morte, l’ha vinta e ci offre la certezza della vita eterna.
Conosco le esperienze di alcune persone che vanno all’incontro con la morte con una tranquillità, con una pace di spirito, che è quasi uno specchio della morte di Gesù.

Mi ricordo una signora di una piccola città della diocesi dove vivo io, madre di tre figli, una signora molto preparata spiritualmente, che aveva un cancro il quale a poco a poco l’ha indebolita; ad un certo momento, lei ha capito che umanamente non poteva recuperare le sue forze. Io l’ho visitata più volte, essendo lei la sorella di un sacerdote. Ebbene, lei ha vissuto la prospettiva della sua morte nella pace. Alla fine della vita, proprio negli ultimi giorni, era così bella e diceva: “Signore vieni, portami con te”. Io ho avuto l’impressione che la Madonna fosse con lei, perché diceva: “Madre, adesso noi ci vediamo”. I suoi familiari, che non erano tutti così cristiani nella pratica, erano meravigliati perché aveva dei dolori molto forti, ma quei dolori quasi non le importavano. E sono rimasti così impressionati e colpiti dalla sua fede e dalla sua pace, che si sono tranquillizzati, si sono rasserenati, tanto è vero che si sono messi a pregare, ringraziando il Signore di questa grazia che faceva loro.

Questo per dire che noi spesso parliamo di resurrezione in modo molto astratto, perché è un concetto difficile da concretizzare, ma quando vediamo casi come questi, diventa comprensibile.
Conosco un’altra persona, vivente ancora, un sacerdote che ha dedicato tutta la sua vita ai giovani, una specie di incaricato nazionale dei movimenti giovanili, un passionista. Io sono stato con lui alcuni anni, lavoravamo nella stessa conferenza episcopale. Un uomo un po’ dimesso, sempre disponibile, discreto, quasi timido, pieno di bontà. Tutti lo stimano. Poi, un certo giorno, sa di avere un cancro. Scrive allora una lettera ai giovani, dicendo pressappoco così: “Guardate, io amo la vita, e ho un grande desiderio di continuare a vivere in mezzo a voi, di collaborare con voi, di partecipare con voi alle riunioni, incontri, assemblee, tanto è vero che io chiedo al Signore che la mia vita continui così. Offro il mio desiderio di vivere per tutti. Però, se il Signore mi chiama, e questo desiderio non si verifica, io sono contento lo stesso, perché io offro la mia vita per Lui. E dono la mia morte per i giovani”. Questo scritto è stato poi distribuito ai giovani, mentre lui sta lottando contro il cancro, ma con una serenità così grande che mi fa pensare a S. Francesco, colui che lodava il Signore per “sorella morte”.

Se noi riusciremo a dire al Signore: “Signore, adesso ho capito un po’ meglio che non devo rattristarmi al pensiero della morte, perché Tu hai cambiato il mio futuro. Ho capito che la morte è un passaggio, una Pasqua, l’entrata nella Tua casa”, credo che questo darà al mondo una gioia molto grande, perché è lui che ha promesso questo. Se una persona ci fa una promessa, noi subito pensiamo: “Sarà vero? Sarà proprio così: devo crederci o no?”. Invece dobbiamo sforzarci di dire al Signore: “Tu mi hai fatto una promessa: ebbene, io sono sicuro di Te, sono convinto della Tua fedeltà, e vivo nella fede in Te, Figlio di Dio che mi hai amato, ti sei consegnato alla morte per me, e sei risorto per me”. E questa, credo, è una missione che ci è stata affidata perché la vivessimo in seno alla nostra famiglia, in mezzo alle persone amiche.

In questo mondo noi cristiani viviamo non come dei forti che sprezzano il dolore, non è questo che ci viene richiesto - Gesù pianse, e come, nel Getsemani - ma viviamo sorretti dalla forza della fede, dalla sicurezza della promessa di Cristo, dalla certezza che sarà così, che andremo alla casa del Padre. Penso che le liturgie che noi celebriamo per i morti, non siano molto cristiane. La resurrezione è una verità di fede che al tempo stesso è entrata e non è entrata nelle nostre coscienze. È entrata perché crediamo, e non è entrata perché davanti alla morte continuiamo a conservare il lutto. Questi atteggiamenti nascono perché non si ha ancora fede.
Camminare nella fede, invece, ci darà la gioia di andare incontro alla morte sereni, affidandoci al Signore, che ha creato ognuno di noi per la felicità, e noi crediamo in questo, perché il Signore è venuto in mezzo a noi per aiutarci a credere nella vittoria sul peccato e sulla morte.

Allora oggi, radunati in questo luogo di pace, credo che possiamo chiedere alla Madonna che ci aiuti sempre, soprattutto nel momento della morte, perché siamo capaci davvero di vivere con cuore grande “Signore, eccomi”. “La vita ormai passa, andiamo avanti, entriamo nella casa del Signore. Arrivederci nel Paradiso”: questo è quello che dobbiamo dire ai popoli non cristiani. “Noi tutti siamo chiamati ad entrare nella casa del Signore”: ecco, se noi cristiani siamo capaci di dire, di vivere così, siamo sicuri che l’umanità che soffre e patisce questa angoscia della morte avrà una duplice pace che solo noi possiamo dare, perché crediamo nella parola di Gesù: “Questa è infatti la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in Lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. (Gv 6,40).

Omelia di DOM LUCIANO ad Assisi il 2 novembre 1996

 

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