Una vita per la giustizia

Date 25-04-2020

por Ernesto Olivero

«La speranza oggi è una sola: che gli uomini riescano a capirsi. Ma oggi ci sono strane barriere, incomprensioni, partiti presi di non voler capire, di non voler cedere, ma restare ciascuno nella propria posizione. E questo è assurdo, perché porta alla fine dell'uomo; non fine fisica, che è la cosa meno grave, abbiamo avuto guerre gravissime, ne avremo forse altre, ancora più terrificanti, dove la fine dell'uomo è lì girato l'angolo. Parlo invece della fine dell'Uomo con la U maiuscola, l'uomo che sa pensare, che sa amare, che sa capire, che vive in mezzo agli altri uomini: l'incapacità cioè di vivere come uomini tra uomini».

Questa è la risposta di Luisa Manfredi King alla mia domanda sulla speranza durante l’intervista per il mio libro "Domande difficili". Da quel giorno nacque fra noi una sincera e profonda amicizia che durò fino alla sua morte, trent’anni fa. Luisa era stata partigiana combattente, prima come comandante di distaccamento, poi commissario di guerra di brigata della 1a divisione Garibaldi Lombardia. Torinese, pianista di talento, dopo l’8 settembre 1943 era entrata nella Resistenza. Venne inviata dal partito nella Bassa Valtellina, dove divenne protagonista di azioni di conquista e occupazione di alcuni comuni valtellinesi, di sabotaggio a danno delle forze nazifasciste, di recupero di munizioni, di arruolamento.

Nel rigido inverno del 1944 venne colpita da congelamento e non poté più tornare a suonare. Trasferita a Torino, collaborò strettamente con Giorgio Amendola fino allo scoppio dell’insurrezione nella primavera 1945. Nel dopoguerra si trasferì a Londra, dove trovò lavoro come traduttrice e interprete, sposando poi lo scrittore Robin Raleigh King. Luisa anche da anziana ha mantenuto sempre uno spirito giovane e, pur avendo da molti anni una malattia che la inchiodava a letto, ogni volta che andavo a trovarla, non solo non si lamentava, ma mi comunicava la gioia di vivere. Credo di aver incontrato pochi credenti impegnati nella vita a favore della giustizia e della fratellanza come lei. Quando scomparve, sentii che dovevo dedicare un pensiero a questa donna speciale.


A Luisa                      

Quando ti ho conosciuto,
e i nostri occhi si sono guardati in profondità,
ci è sembrato di essere amici da sempre.
Avevo trovato in te un'amica
e tu in me un amico.
Io sapevo che c'eri e anche tu.
Questo ci bastava.
Ogni volta che potevamo vederci, sentirci
era in fondo la conferma della profondità
del primo incontro.
Ogni parola, ogni gesto si ripeteva uguale,
ma sempre con una intensità nuova,
sempre più profondo nella sua purezza.
Anche la tua sofferenza era sempre la stessa
di quando ti avevo incontrato la prima volta,
piena di dignità, amante della vita.
Infine i tuoi occhi si sono chiusi sulla vita
che amavi tanto.
Un momento prima il mio cuore lo aveva sentito.
E quando ho visto alzarsi nel cielo
una pennellata di fumo bianco
ho capito che tu stavi cambiandoti d'abito.
Ora in un pugno di cenere
e nella tua grande anima è racchiusa
tutta la pienezza della tua dignità.
E tutto questo rimarrà nel mio cuore per sempre.

Ernesto Olivero


Luisa Manfredi King
Ero proprio "uno" di loro

Una comandante partigiana in Bassa Valtellina

A cura di Luciano Boccalatte
Prefazione di Marisa Ombra
Postfazione di Piera Egidi Bouchard

Edizioni SEB27
Laissez-passer - 49
ISSN 1973-0101
Formato: 14x21
Pagine: 72
Anno: 2017

Le memorie partigiane di “Manuela”, Luisa Manfredi, proposte in volume a quarant’anni della loro stesura, costituiscono un documento rilevante per la storia della Resistenza valtellinese, ma soprattutto la testimonianza di un momento centrale, tra il novembre 1943 e il dicembre 1944, della vita dell’autrice, la cui militanza nel Partito comunista iniziò nella clandestinità sin dalla metà degli anni Trenta. Ma è anche un testo che la prefazione di Marisa Ombra colloca nel contesto del dibattito storiografico e politico che, dalla metà degli anni Settanta, «aveva tolto le donne della Resistenza dall’oscurità in cui fino ad allora erano state lasciate […]. Chi ha vissuto quel passaggio d’epoca, quell’ansia di sentirsi uguale è facilmente spiegabile. Complici i disastri della guerra e l’insensatezza di ciò che stava accadendo intorno a loro, per molte donne, soprattutto giovanissime, il destino di madre docile e ignara precipitò rapidamente nell’assurdo». 

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