Il segreto della speranza

Date 23-10-2021

por Paolo Ruffini

Il grande pubblico lo conosce per le sue battute, anche per la sua irriverenza, ma Paolo Ruffini è molto di più: comico, attore, conduttore e una delicatezza profonda nata dall'incontro con la fragilità. Come quella raccontata nel suo documentario Up & Down che ha ripercorso le tappe del suo tour teatrale insieme ad una compagnia formata da ragazzi e ragazze con disabilità. La chiave per cominciare a vedere la realtà nel modo giusto. «Mi rendo conto che tutti noi, cosiddetti normali, siamo ormai assorbiti da dinamiche che con la vita non c'entrano assolutamente niente.
Rincorriamo un like, un follower, un euro… siamo disposti a fare cose che non c'entrano più niente con quello che è lo scambio umano. Quando invece passeggio con una persona down improvvisamente mi accorgo delle nuvole, delle foglie e alzo lo sguardo».

E cosa vedi?
Mi accorgo che quello che prendo, come minimo io devo meritarmelo, come minimo devo restituirlo. Questo però non è mica uno sforzo, questa è una cosa che ti porta alla felicità, ma la felicità è una cosa che non ti fa sudare.

E qual è la ricetta per la felicità?
È pensare a cose belle senza farlo apposta, senza esserne coscienti.
Secondo me, è meglio vivere piuttosto che essere felici. Se uno fosse sempre felice non conoscerebbe la paura e una gamma di sentimenti che comunque sono fondamentali. Io non sopporto più Instagram perché vedo tutti felici, vedo la proiezione di un Eden che non esiste e che fa soltanto frustrare gli altri. Ecco perché la ricetta della felicità non è praticabile: deve arrivare senza farlo apposta.

Nella Lettera alla Coscienza Ernesto Olivero scrive che «per fare nuovo il mondo serve la mia e la nostra debolezza ». In che misura la fragilità può essere risorsa?
La fragilità è il nostro essere umani.
Non puoi sperare che esista una perfezione, non puoi sperare di non essere mai fragile: fragilità significa sensibilità e se tu non sei un essere sensibile, sei un essere che conta un po' meno. Tornando alla disabilità, quando una persona mi dice «sai, lui ha un problema cognitivo» chiedo «e quale sarebbe?». «Ma sì, è un problema di intelligenza, non capisce…», io rispondo che preferisco mettermi a sedere a tavola con persone molto più sensibili che intelligenti piuttosto che con persone molto più intelligenti che sensibili.

Come mai è così difficile far passare questo messaggio?
Perché non eravamo preparati a questo tipo di modernità e di individualismo.
Baumann parlava di società fluida, ma questa è una società che a forza di diventare fluida non ha preso una forma. Ci manca una forma.
Se penso ai giovani, come facciamo a farli appassionare a qualcosa di bello? Prima di tutto non facendoli sentire in colpa se sbagliano. Ma soprattutto aiutandoli a trovare una misura, magari lasciando da parte il cellulare. Perché io sono convinto che per certi aspetti i ragazzi di oggi abbiano anche più sensibilità rispetto alle generazioni precedenti. Ma tutto deve essere instradato…

Cosa diresti a un ragazzo che fa fatica?
Direi prima di tutto che non c'è mai motivo di avere paura e poi inviterei tutte le persone che si sentono sole a chiedere un aiuto, perché non lo sono davvero.
Oggi ci sono tantissime persone pronte a tendere la mano, anche in silenzio. Un altro consiglio è di non mettersi contro nessuno, contro chi la pensa diversamente.
Sostenete a voce alta le vostre ragioni, ma non odiate. Come diceva Madre Teresa, «non invitatemi mai ad una manifestazione contro la guerra, perché io non verrò, ma invitatemi ad una manifestazione a favore della pace». Questa è modernità! Se tu scrivi una cosa io posso sostenere il contrario, ma non ti insulto. Oggi purtroppo viviamo al contrario ed è anche più facile essere cattivi. Se prima si scrivevano cattiverie sul muro con lo spray, oggi basta digitarle sul computer e mandarle in rete. Oggi un insulto è politicamente scorretto, ma la cattiveria vera è digerita da tutti.

Cos'è quindi la speranza? Dove la trovi?
Credo che la speranza sia essere teneri con se stessi e perdonarsi tanto. Con l'idea che la vita è bella anche quando non è bella, perché non è perfetta, proprio come non lo siamo noi. Trovo questa speranza nell'imprevedibilità e sono convinto che esiste sicuramente qualcosa. Ognuno può chiamare Dio in un modo diverso, tanto Lui si gira. E quando lo fa, ecco la speranza.
Quando al parco dico "buongiorno" ad un anziano seduto che fissa il nulla per me è un momento di Dio. Ed è un momento che mi dà molta speranza perché ho l'opportunità di viverlo, di vederlo, di sentirlo. Cosa che non è scontata. Un vecchietto su una panchina che tu hai l'opportunità di salutare. Questa è la speranza.


Paolo Ruffini
NP Focus
giugno / luglio 2021

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