Cambiare si può

Date 13-08-2022

por Matteo Spicuglia

Tutto parte da una foto pubblicata su un quotidiano: un giovane con una corona d’alloro in testa, il giorno della sua laurea, abbracciato a una donna. Apparentemente nulla di speciale. Ma quella donna non era sua madre o una parente, bensì il magistrato che qualche anno prima aveva chiesto pene pesantissime per lui. Perché quel ragazzo - Daniel Zaccaro - era stato un rapinatore.
Un ex rapinatore che oggi si è laureato e fa l’educatore. Ero un bullo è il nuovo libro di Andrea Franzoso, un viaggio intensissimo alle radici del tema della seconda possibilità per chi ha sbagliato. Daniel che accetta di raccontare la sua storia di cambiamento, Andrea pronto ad ascoltarlo e mettersi in gioco.

Andrea, quali sono stati gli elementi di svolta in questa storia?
L’incontro con degli adulti credibili, che hanno saputo andare oltre al personaggio che Daniel si era cucito addosso, all’etichetta di ragazzo cattivo.
Un’intera comunità educante che ha saputo dargli fiducia e su cui, a sua volta, Daniel ha sentito di poter contare.
Il brigadiere Stara, per esempio, è uno che non si lascia manipolare, che si assume le proprie responsabilità e che educa i ragazzi al lavoro ben fatto. Così la splendida figura di don Claudio Burgio, il cappellano del Beccaria, che per Daniel è stato guida e maestro, ma soprattutto, quel padre che aveva a lungo cercato. E poi Fiorella, un’anziana prof di lettere che fa la volontaria a San Vittore, con un’autentica passione per l’insegnamento. Lei è stata una figura centrale.

In che modo?
In carcere Fiorella organizzava un cineforum, a cui Daniel partecipava assiduamente, finché non fu trasferito in un altro raggio. Allora Fiorella andò a trovarlo. «Cosa avete visto oggi? – le domandò lui – Uno dei tuoi soliti film lenti e noiosi che ti piacciono tanto?» Lei ci rimase di sasso: «Se li trovavi così noiosi, perché allora venivi sempre a guardarli?» La risposta di Daniel fu spiazzante: «Mi piaceva osservare te mentre li seguivi: eri così concentrata che alla fine mi facevo prendere anch’io. Si vedeva che ti appassionavano, e allora mi sforzavo di trovarvi un senso…» È grazie a Fiorella che Daniel riprende gli studi. «Daniel, arriverà un momento nella tua vita in cui sarai così in difficoltà da non poterne uscire. Non saranno i soldi a salvarti, ma il sapere».

Cosa resta del Daniel di ieri in quello di oggi?
La “fame”. Ieri aveva fame di denaro e di potere, e cercava a ogni costo di farsi un nome nel giro criminale; oggi ha fame di vita, di conoscenza, di recuperare il tempo perduto.

L'esperienza d Daniel è un'eccezione o è replicabile? Come può diventare "sistema"?
È replicabile, ma a determinate condizioni: se il “sistema” funziona, se le diverse istituzioni fanno ciascuna la propria parte e sono capaci di parlarsi e collaborare. Servono uomini e donne di buona volontà e una rete di solidarietà capace di sostenere e incoraggiare il cambiamento. “Ciascuno cresce solo se sognato”, ci ricorda il celebre verso di Danilo Dolci.

Il tema della seconda possibilità non è compreso da tutti. Anzi, l'opinione pubblica a volte fa fatica a capirlo. Come può cambiare la mentalità di fondo?
La gente crede poco alla possibilità di redenzione dei detenuti. Perché richiede impegno e sacrificio da parte di un’intera comunità educante, come nel caso di Daniel. Per cambiare la mentalità di fondo il sistema giudiziario e quello penitenziario dovrebbero funzionare meglio. Oggi le carceri non sono conformi all’articolo 27 della Costituzione: sono luoghi di abbrutimento, non di rieducazione.

Come definiresti in concreto l'ideale della giustizia?
Il sistema penale, ricordiamocelo, deve tendere alla rieducazione del condannato. Anche quando ci troviamo di fronte a un “Daniel”: tutti, in carcere, lo consideravano un ragazzo perduto e irrecuperabile. E invece… Io credo nella giustizia riparativa.

È il tuo quarto libro. Cosa hai imparato scrivendolo?
A mettermi dei panni anche di chi sta ai miei antipodi. Ho raccontato la storia di un bullo: proprio io, che in terza media sono stato bullizzato e costretto a cambiare scuola. Ho raccontato la vita di un delinquente, di un rapinatore: mentre io sono stato per otto anni ufficiale dei carabinieri. Daniel pestava gli “infami”, quelli che osavano parlare: e io sono stato un whistleblower, anni fa denunciai il capo dell’azienda per la quale lavoravo perché rubava. È stato un grande esercizio di empatia. Ho imparato ad ascoltare qualcuno con cui pensavo di non avere niente in comune. Ascoltarlo ha significato per me anche ascoltare la sua musica: il rap, un genere che sentivo lontanissimo. E invece… Oggi Marracash, il cantante preferito di Daniel, lo ascolto perché mi piace.


Matteo Spicuglia
NP aprile 2022

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