Colori spenti

Date 31-10-2021

por Gabriella Delpero

Un altro anno scolastico si è chiuso con tutti i suoi riti di congedo e passaggio, ma certo non è una "fine d'anno" come tante altre del passato. Sia tra i ragazzi che tra i genitori sembra circolare un senso di delusione per qualcosa che è venuto meno, per un'attesa che non ha trovato compimento. I sentimenti che provano oggi alcuni studenti sono decisamente particolari, variegati e mutevoli, perché in fondo a molti di loro il percorso fatto in questi ultimi mesi (ma potremmo tranquillamente dire in questi ultimi due anni) è parso in qualche modo "sbagliato", anomalo. Una ragazza di 15 anni alle prese con il primo anno del liceo – Francesca – mi ha detto: «Nelle medie ero una delle più brave, mi piaceva studiare, andavo a scuola volentieri. Adesso non riesco a leggere una sola pagina senza dovermi interrompere per riprendere fiato, tutto mi sembra difficile o addirittura impossibile…». Gabriele invece (17 anni, terzo anno di un Istituto Tecnico) confessa: «Noi studenti, quando l'anno scorso è stata annunciata la chiusura delle scuole, eravamo tutti contenti: stare a casa un paio di settimane sembrava un'occasione perfetta per fare una vacanza insperata… chi avrebbe mai immaginato che questo si sarebbe trasformato in un vero e proprio incubo?». La didattica a distanza? «Col passare dei mesi è diventata sempre più estenuante… Il continuo annuncio del ritorno a scuola che veniva posticipato di settimana in settimana non ha fatto altro che peggiorare la situazione di tutti». Altri ammettono di aver interrotto spesso il collegamento con le lezioni a distanza «staccando la telecamera e basta».

Il motivo? I motivi sono tanti. Per noia, per disinteresse, per rabbia, per fatica, per non sentirsi costretti a stare sempre sotto lo sguardo degli altri (ma comunque da soli), perché in casa gli spazi sono ridotti e c'è qualcuno della famiglia che gira nei paraggi e non lo si vuole mostrare, perché si ha sensazione che le ore e i giorni diventino tutti inesorabilmente uguali, perché prolungare attenzione e concentrazione tenendo lo sguardo su uno schermo si rivela per molti un'impresa ai limiti dell'impossibile… e per mille altre ragioni. Il problema è che in troppi adolescenti e giovani sta in effetti emergendo un senso di disagio e disorientamento che va preso in seria considerazione. Le ultime rilevazioni sul numero degli accessi dei più giovani ai vari Pronto Soccorso degli ospedali cittadini per crisi di ansia acuta, attacchi di panico, atteggiamenti autolesionistici e altra sintomatologia simile, su uno sfondo di diffuso isolamento, sono davvero preoccupanti. Del resto siamo esseri relazionali, non possiamo vivere né funzionare senza l'altro e le varie forme di "distanziamento" imposte dalla pandemia hanno allargato a dismisura il senso di solitudine. Ho letto alcuni giorni fa un interessante articolo di Marco Gallizioli ("Rocca", periodico quindicinale della "Pro Civitate Christiana" di Assisi, n° 11, giugno 2021) che, proprio riferendosi alla recente fine dell'anno scolastico, afferma: «Quest'anno registro qualcosa di inedito che ha i colori spenti della rassegnazione e che ha il sapore aspro dell'inquietudine in un numero non elevatissimo, ma significativo, di alunni. Alcuni ragazzi sembrano dire, con le loro spalle stanche, con i loro occhi tristi, che sono senza bussola, alla completa deriva di una situazione emotivamente ingestibile. Sembrano avere bisogno di un defibrillatore dell'entusiasmo, della gioia e del vitalismo, perché da soli non riescono a tenere alto lo sguardo, a sollevare, dritte, le teste verso l'orizzonte». Un defibrillatore dell'entusiasmo, ecco cosa servirebbe. Anche a tanti di noi adulti.


Gabriella Delpero
NP giugno/luglio 2021

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