Dietro le sbarre

Date 28-10-2021

por Lucia Capuzzi

Un uccello in gabbia può ancora cantare. Così scriveva Stan Swamy (nella foto) il 14 gennaio, per sintetizzare i primi cento giorni di reclusione per "terrorismo" nel carcere Taloja di Mumbai.
Da allora, il gesuita ne ha trascorso altri 132 in cella per poi essere ricoverato nell'ospedale Holy Family con una grave forma di Covid. Padre Stan, gesuita 84enne, malato di Parkinson, ha preso il virus in carcere. Dietro le sbarre, inoltre, ha perso quasi completamente la capacità di camminare, di essere autonomo.

«La prigione di Taloja mi ha ridotto in questo stato, strappandomi pezzo a pezzo salute e autonomia – ha detto il gesuita durante una delle ultime udienze di fronte ai giudici con un filo di voce –. Ma accetto il mio dolore. Se devo morire, morirò. Non voglio privilegi». Chi conosce il religioso non resta sorpreso dalle sue parole. Sono in linea con la la scelta fatta da Stan decenni fa e mai tradita: camminare al fianco degli ultimi fra gli ultimi. La minoranza Adivasi del Jharkhand, nello specifico, vittima dell'esproprio sistematico della terra da parte delle compagnie minerarie alleate con le autorità locali.

Quasi un terzo del Jharkhand è occupato dalla foresta, dove vivono i tribali. Il sottosuolo, però, racchiude il 40 per cento dei minerali indiani, dall'uranio al carbone, dal ferro alla bauxite. Una risorsa preziosa che le grandi compagnie, con il beneplacito delle autorità, sono ansiose di sfruttare. Oltre un milione di ettari sono stati sottratti ai tribali negli ultimi anni: 1,9 milioni di donne, uomini, bambini sono stati trasformati in sfollati. Quanti hanno cercato di resistere sono stati incarcerati.

A peggiorare la condizione degli Adivasi, la pressione dei Naxaliti, guerriglia filo-maoista che sfrutta l'emarginazione dei nativi per arruolarli e impiegarli come carne da cannone. Per rendere gli Adivasi consapevoli dei loro diritti e garantire formazione ai giovani, padre Stan ha creato, 15 anni fa, il centro Bagaicha dove risiedeva prima dell'arresto, l'8 ottobre. Per il sacerdote si era trattato del coronamento di un sogno.

Fin da ragazzo voleva lavorare con i nativi da cui ha imparato l'importanza della cura del Creato. Padre Stan è, dunque, un testimone "dell'ecologia integrale". Una scelta ad alto rischio nel Sud del mondo. Come dimostra la lunga carcerazione del detenuto, arrestato insieme ad altri 15 intellettuali, avvocati e attivisti, in base al draconiano Unlawful activities prevention act, varato dal governo Modi nell'agosto 2019.

Eppure le prove nei loro confronti sono state considerate "fabbricate" dall'Arsenal consulting, società di consulenza digitale forense degli Stati Uniti, che ha analizzato il pc di Rona Wilson, il principale degli accusati, tra il giugno 2016 e l'aprile 2018. In tale periodo, secondo gli esperti, l'apparecchio sarebbe stato bersaglio di ripetuti attacchi hacker che vi avrebbero inserito materiale "compromettente".
Proprio su alcune lettere trovate nel computer di Wilson, si basa la causa contro padre Stan. Il caso ha suscitato un'ondata di indignazione internazionale.

Manifestazioni sono state organizzate di fronte alle ambasciate indiane delle varie città del mondo. A queste ultime sono state recapitate migliaia e migliaia di cartoline in occasione del compleanno del religioso.
Oltre 2.500 intellettuali hanno scritto al premier. La Conferenza episcopale indiana e la Compagnia di Gesù hanno più volte espresso la loro solidarietà nei confronti del sacerdote imprigionato.

Padre Swamy sapeva di essere nel mirino dell'intelligence da tempo. «Se tocchi certe questioni, sai che dovrai affrontare dei guai», aveva detto in un'intervista tre anni fa. Ma – aveva aggiunto in un successivo articolo – «è il prezzo del discepolato». Per questo, non si perde d'animo. In occasione dei cento giorni dietro le sbarre, ha scritto: «Una cosa che mi ha dato forza è stata osservare le traversie di tutti coloro che si trovano in attesa di giudizio.

La maggior parte di queste persone viene da comunità economicamente e socialmente deboli. Molti di questi poveri in attesa di giudizio non sanno nemmeno quali accuse siano loro rivolte, non hanno mai visto i propri fascicoli giudiziari e semplicemente rimangono in carcere per anni senza alcuna assistenza legale o di altro tipo.
Nel complesso, quasi tutti i detenuti in attesa di giudizio sono costretti a vivere col minimo indispensabile. Indipendentemente dal fatto che essi siano ricchi o poveri. Questo crea un senso di fratellanza e di comunità, dove comprendersi l'un l'altro diventa possibile anche in questa avversità.

Noi sedici co-accusati non abbiamo potuto incontrarci, essendo detenuti in diverse carceri o in settori differenti della stessa prigione. Continuiamo però comunque a cantare in coro.
Perché anche un uccello in gabbia può sempre cantare».
 

Info: P. Stan, un difensore dei diritti umani, ha vissuto a Bagaicha, un Centro di Azione Sociale diretto dai gesuiti, per gli ultimi 15 anni, lavorando principalmente con gli Adivasi (comunità indigena), per la difesa, la propagazione e la protezione dei loro diritti, sanciti dalla Costituzione dell’India. «Quello che mi sta succedendo non è qualcosa di singolare che succede solo a me. È un processo più ampio che si sta verificando in tutto il Paese. Siamo tutti consapevoli di come importanti intellettuali, avvocati, scrittori, poeti, attivisti, studenti, leader, vengano tutti messi in prigione perché hanno espresso il loro dissenso o sollevato interrogativi sulle autorità governative dell'India. Noi siamo parte del processo. In qualche modo sono felice di essere parte di questo processo. Non sono uno spettatore silenzioso, ma parte del gioco, e pronto a pagarne il prezzo, qualunque esso sia».
Stan Swamy SJ
www.jesuits.global/it


Lucia Capuzzi
NP giugno / luglio 2021

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