Facciamo la pace?

Date 22-06-2022

por Rosanna Tabasso

La Bibbia ci comunica che pace non è solo assenza di guerra, ma è dono di Dio, pienezza di tutte le sue benedizioni: la vita e la famiglia, la terra e i suoi prodotti, il lavoro e il benessere, la longevità e l’abbondanza. È vita buona per tutti, è pienezza di bene. Si realizza nella ritrovata armonia delle origini tra l’uomo e il creato: «Il lupo dimorerà insieme con l’agnello… il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà...» (Is 11,6-9; cfr Is 65,25) e nella trasformazione degli strumenti di guerra in strumenti di progresso, di convivenza pacifica e fraterna: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci» (Is 2). Pace, shalòm è la relazione piena tra l’uomo e il suo Dio, che per noi si è compiuta con la venuta del Messia, Principe della Pace (Is 9,5).

Dio ci ha fatti per la pace, è la sua impronta e questo suo dono è l’aspirazione stessa del cuore dell’uomo, inscritta nel nostro dna interiore. Come ogni dono di Dio anche la pace è affidata alla nostra libertà e va coltivata, va fatta crescere. Vale la pena iniziare dai piccoli perché nel loro cuore tenero la pace abita in modo naturale. Se accompagniamo i loro primi passi e la loro crescita il seme della pace metterà buone radici e sarà facile vedere i piccoli frutti. Tra noi, per esempio, “Felicizia” è il regalo di una bimba cinese che per tradurre la parola “pace” non sapeva scegliere tra “felicità” e “amicizia” e le ha unite e un’altra bimba l’ha sintetizzata in una canzone con questa frase: «Io proteggo te, tu proteggi me».

È facile per i bambini comprendere la pace come impegno personale e comunitario e riconoscere ciò che pace non è, mentre noi adulti cadiamo nella sottile tentazione di considerare la pace una cosa da bambini, un sogno da lasciare a loro, una favola da raccontare quando sono piccoli, tanto da grandi capiranno che la pace non ci sarà mai. Così riempiamo di buonismo l’educazione alla pace e non appena i bambini crescono offriamo loro la realtà fatta più di negatività che di bellezza, più di discordie che di armonia, più di odio che di perdono, più di prevaricazione che di convivenza. Anche il presidente Mattarella ci ha messo in guardia da questa tendenza quando ci ha detto di «guardarci dal confinare sogno e speranza all’infanzia». I bambini entrano nell’adolescenza con qualche ricordo legato alla pace, ma con esperienze che riconducono sempre meno a questo valore globale. E proseguono la loro formazione pensando sempre meno che la pace sia un valore da preservare e che dipenda da scelte personali. I valori di riferimento sono completamente alterati, l’uso della forza per ottenere il proprio risultato è legittimato, pace è una parola vuota.

Questa assenza di esperienze di valori che riconducano alla pace consegna i giovani a chi grida più forte, a chi schiaccia il più debole, al branco, ai poteri dominanti. Il pensiero si impoverisce e scompare la capacità di progettare, di inventare, costruire il presente e il futuro. Tutto si appiattisce e cambiare rotta sembra impossibile, inutile guardare avanti con una visione che cambi orientamento alla vita concreta. Non c’è più orizzonte, non c’è più la visione. È uno scollamento che produce gravi danni nella vita dei giovani! Se non c’è più speranza di un futuro migliore a che serve educarsi alla pace? Ancora Mattarella ci ricordava invece che: «La pace va consolidata, sviluppata, va difesa, va costantemente aggiornata e, ripeto, consolidata e questo richiede lavoro, richiede opere di pace per consolidarla».

Ci vuole lavoro educativo che accompagni non solo la vita dei piccoli ma dei ragazzi e dei giovani e che tenga la pace come valore globale. Un’educazione che pur nella complessità della vita di oggi continui a declinare la pace come aspirazione di tutti ma con l’impegno personale di ognuno. Bisogna tornare a guardare in alto, prendere ispirazione dalla vita buona del Regno di Dio e tradurlo nella nostra storia di oggi. Tornare ad immergerci in questo sogno ci aiuterà. Alle soglie della Terra Promessa Mosè mandò dieci esploratori a ispezionare la terra che Dio aveva promesso. Otto di loro tornarono indietro impauriti e preoccupati di quanto li attendeva. Solo due tornarono pieni di speranza e gioiosi per l’abbondanza dei frutti di quella terra nuova. Anche oggi sono pochi ad indicare la via della pace e la ricchezza che offre ma crediamo alla loro profezia. Per averci creduto da giovani, sono nati gli Arsenali e molto altro. È una profezia che attende nuove generazioni. Investiamoci!


Rosanna Tabasso
NP febbraio 2022

Questo sito utilizza i cookies. Continuando la navigazione acconsenti al loro impiego. Clicca qui per maggiori dettagli

Ok