Gli ultimi di Craica

Date 26-02-2023

por Marco Maccarelli

«Marco? Stai bene?», mi dice Gabriela in cucina.
«Si tutto bene, mi ero assopito»
Guardo il cellulare, sono le 10,30.
La temperatura esterna segna -15°.
La mia immaginazione cerca di associare qualcosa di vivo a quella temperatura, ma non mi viene in mente niente.
«Oggi andiamo dai bambini, ma non alla Centrale [ndr il centro educativo dei padri somaschi a Baia Mare].
Andiamo a Craica, nel campo rom. Se vuoi capire i nostri bambini devi partire da dove vivono».

Siamo in piena Transilvania, nel nord della Romania, a Baia Mare, famosa per il conte Dracula, la Pálinka, distillato da 50 gradi, gli intarsi tipici del Maramureș, le aziende manifatturiere e i campi rom. E non ultimo, una delle più grandi catastrofi europee dopo Chernobyl, avvenuta nel 2000: il cedimento di una diga di contenimento e la perdita di migliaia di metri cubi di metalli pesanti (soprattutto cianuro) nelle falde e nei fiumi. Fiumi come Craica, che costeggia una vecchia ferrovia dove fino a qualche anno fa passavano i treni merci. Negli spazi abbandonati dell’azienda che vendeva quelle materie prime, oggi vivono cento famiglie rom. Succede di tutto lì.

Non facciamo in tempo a mettere i piedi giù dalla macchina che dai palazzi iniziano a uscire decine di persone di tutte le età. Davanti a noi il fiume Craica, che più che un fiume è un immondezzaio. «L’acqua che estraggono nel campo arriva da lì.», dice Gabriela.

Fa freddissimo, uso lo scaldacollo come cappello e mi abbottono più che posso. Dalle finestre delle baracche vedo fuochi accesi dentro le stanze, poi tre bambini che ancora stanno dormendo accoccolati come cuccioli per scaldarsi, mentre davanti alla baracca una ragazzina sta facendo il bucato della famiglia.
Gabriela mi dà una botta col gomito e mi dice:
«Lei è Urâtă»
E io: «Urâtă? Non significa brutta?»
È il suo soprannome. Madalina in realtà ha degli occhi stupendi e un viso bellissimo. Sono le uniche cose che riesco a vedere perché è
completamente coperta. E non è
per il freddo.
Madalina ha 10 anni, si vergogna da morire e i vestiti sono una seconda pelle, uno scudo per stare lontana dagli occhi del mondo.
È sporca, i vestiti sono gli stessi da giorni, le mani sono consumate come quelle di una donna adulta e così Urâtă piuttosto preferisce sparire che sentirsi giudicata.

Madalina dovrebbe essere a scuola ma non ci va, come il 95% dei bimbi del campo. Tra i rom l’abbandono scolastico è altissimo. Non reggono il confronto con gli altri bambini puliti, con gli zaini nuovi, dei genitori premurosi. Per loro no, tutto questo non c’è.
Senza parlare del razzismo. Alcune scuole sono arrivate a proporre ai rom delle attività separate da tutti gli altri, comprese le feste di compleanno.

Con un paradosso: questi bambini continuano a risultare iscritti nei registri scolastici anche quando abbandonano la scuola. Semplicemente per soldi. Il governo continua a versare alle scuole le rette previste anche se i bambini, come Madalina, non ci sono più.

«Non è Madalina che deve vergognarsi», dico a Gabriela. «Adesso capisci perché con padre Albano abbiamo creato la Centrale? Se non facciamo noi scuola, chi ci pensa a loro? Non usciranno mai da qui.»

Fare scuola, soprattutto in un contesto di questo tipo, non è solo insegnare a leggere e scrivere, ma essere famiglia, dare una possibilità: l’inizio di un miracolo che può compiersi solo perché qualcuno si prende cura di qualcun altro.

Vale anche per chi aiuta. Quando facciamo un’esperienza di cura ci ammorbidiamo, molliamo la presa sulle sofferenze del nostro passato e acquisiamo uno sguardo fiducioso sul futuro, capiamo che il mondo può essere anche diverso da quello che abbiamo conosciuto fino a quel momento. Ma cambiare vuol dire camminare, non è qualcosa che avviene in automatico. Servono tanta pazienza e tante relazioni sane che ci facciano sentire amati.

Mentre camminiamo per le vie di Craica, a un certo punto mi sento tirare sulla giacca.
È Sergio uno dei bambini che dormiva sui materassi che avevo visto all’inizio della mia visita.
Ha 6-7 anni e tutti lo chiamano Gajeu, la parola usata dai rom per descrivere chi non sembra come loro per carnagione o fisionomia.
Sergio è biondo con degli occhi azzurri pazzeschi.

«Marco, Marco!! Mă ții în brațe?» (dal romeno: Mi prendi in braccio?)
«Ma certo», rispondo di getto, senza accorgermi che è senza mutande e i suoi pantaloni hanno attaccato addosso qualsiasi cosa.
Faccio finta di niente: sono dentro a questa realtà e vale la pena abbracciarla per come è. Comunque è bene mantenere qualche precauzione.
Almeno ho il cappello e i pidocchi dovrebbero stare a casa loro.

A Craica i bambini fanno a gara per farsi prendere in braccio.
Si sentono portati sul trono e si sentono forti, oltre ad avere un bisogno disperato di affetto e di un contatto fisico sano.
«Se ti piace così tanto perché non te lo porti a casa?», mi grida una mamma poco più avanti con due spalle modello armadio a quattro ante.
Sorrido e sorride anche lei, ma non stava scherzando.

«Corri», mi grida Sergio ridendo, ancora seduto sulle mie spalle.
«Non sono un cavallo eh!»
«Forse sei troppo vecchio…», replica lui.
Non l’avesse mai detto.
Non posso di certo perdere una sfida così e inizio a correre come un pazzo.
Sergio si aggrappa al cappello come fossero briglie e inizia a ridere a più non posso continuando a trattarmi come un purosangue arabo.
La gente che ci vede passare ride, prendendoci evidentemente in giro e offrendomi a loro volta i loro figli da portare a casa.
«Perché tieni solo lui? Prendi anche il mio!». E vai, altro giro altra corsa.

Giocando con Sergio mi sono distaccato dagli altri del gruppo senza accorgermi. Non era molto prudente.
In pochi secondi dal lato opposto della ferrovia il mio sguardo incrocia quello di alcuni ragazzi sui 12-13 anni che stavano fumando.
Iniziano ad avvicinarsi, Gabriela mi raggiunge.
«Loro sono i Boschetari. Una specie di gang».

Dopo averci notato, iniziano ad avvicinarsi con la camminata tipica di chi pensa di avere una sorta di “potere” locale (quando nella realtà hanno ancora i baffi che sanno di peluria adolescenziale).
Molte volte sono armati, per cui con loro non si scherza.
Purtroppo qui la gente usa la prepotenza come mezzo di comunicazione. Ma non è un caso. I rom sono discriminati da secoli. Gli “zigani” venivano usati dai ricchi per i lavori più umili e venivano considerati meno di zero.
La schiavitù porta via tutto: dalla libertà fino all’identità. Poi arriva il momento della rivalsa e lo schiavo liberato desidera riprendere quello che gli è stato portato via. A costo di usare la forza. Quasi un modo per ristabilire la giustizia.

Quando una mentalità diventa abitudine e poi cultura è davvero difficile da scardinare.
Così posti come Craica diventano luoghi dove la violenza è di casa.
I ragazzi e i bambini sono pieni di lividi e cicatrici. Anche gli animali, i cani, sono rabbiosi e quando i loro latrati diventano eccessivi vengono presi a botte.
Quasi tutte le bambine, le ragazze, le donne hanno subito stupri o violenze a sfondo sessuale. Anche nelle relazioni più semplici non hanno conosciuto l’affetto e la tenerezza. Ma sanno riconoscerli e ne hanno nostalgia.
Mi ricordo il giorno in cui stavamo facendo attività con i bambini e due volontari, Mattea e Toschi (ci sarebbe da scrivere un libro su di loro) molto semplicemente si sono abbracciati e, come capita tra innamorati, si sono dati un bacino molto tenero.
Maria, una delle bambine, accortasi della scena, all'improvviso smette di colorare e con occhi sbigottiti e seri gli dice: «Per favore potete rifarlo?».

Mamma mia.
«Dateci le caramelle», grida uno dei ragazzini che ci erano venuti incontro.
Sergio fa cenno di andare avanti e non fermarci lì.
«Ma quante caramelle mangiano?», dico tra me e me.
Per terra è pieno di tubetti gialli colorati con Pluto disegnato sul davanti della confezione.
Ne raccolgo uno e leggo “Adeziv pentru piele și cauciuc”.
Mi fermo.
«Ma non sono caramelle! È colla!»
«Che c’è? Ne vuoi un po’? Fa freddo e abbiamo fame, quella aiuta»
Rimango basito. Se inalata, la colla da scarpe ha degli effetti devastanti sul sistema nervoso centrale, sui polmoni e sulla capacità di ricevere sensazioni.
Di fatto ti sballa e non senti più niente: fame, freddo, paura, angoscia. Tutto se ne va, ma la dipendenza è immediata.

Mentre continuo a camminare inizio a sentire una musica a distanza che diventa sempre più forte.
«Manele!!!!», esclama Sergio descrivendo il genere musicale della canzone molto simile al Raggaeton.
Slancia le braccia in avanti e mi fa capire di andare in quella direzione.
Giriamo l’angolo e da una baracca salta fuori una cassa bluetooth e un nuvolo di persone balla spensierato davanti alla porta.
Anche Gabriela è in mezzo a loro.
C’è tanta felicità nell’aria nonostante tutto.
Sergio scende dalle mie spalle e corre a ballare, insieme agli altri bimbi che in cerchio si
lanciano ciuffi d’erba e ridono a
più non posso.
Nonostante quella immensa precarietà si trova trova ancora il modo di sorridere in faccia a una vita che non risparmia durezza e fatica.
Craica è una lezione che sveglia le coscienze dall’indifferenza, ma bisogna disarmarsi per coglierla.
In questo posto dimenticato dalla società civile c’è un segreto che pulsa. Mentre ritorno alla macchina mi torna in mente una frase di dom Luciano: «I bambini poveri non sono il problema ma la soluzione del problema».
Se valesse anche per Craica?


Marco Maccarelli
NP dicembre 2022

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