Il Cile rinasce

Date 06-01-2021

por Lucia Capuzzi

In un panorama internazionale segnato dalla tragedia della pandemia, una buona notizia arriva dal Cile. Il Paese australe – «lungo petalo di mare» lo definiva Pablo Neruda – ha appena iniziato il cammino per una nuova Costituzione. Non si tratta solo di una questione giuridica.

Per la seconda volta in trentadue anni, il Cile è riuscito a tracciare, non senza difficoltà, una via d’uscita istituzionale dalla crisi in corso, mediante un referendum. El plebiscito, lo chiamano gli abitanti. Lo aveva fatto il 5 ottobre 1988 quando i cittadini utilizzarono la scheda elettorale per mandare in pensione il regime di Augusto Pinochet. Questo 25 ottobre, seppure con minor drammaticità, la nazione ha di nuovo impiegato la via del voto, questo 25 ottobre, per dare il via libera alla riscrittura della Carta fondamentale, redatta durante la dittatura benché sottoposta negli ultimi tre decenni a quaranta riforme significative.

La vittoria del sì al cambiamento era prevedibile. Meno prevedibile che la decisione arrivasse con tale chiarezza. Il fronte dei favorevoli ha trionfato con il 78,3 per cento, oltre 50 punti di stacco sullo schieramento rivale. Schiacciante anche – 79 per cento – il successo della proposta di una Costituente eletta, rispetto all’ipotesi di un’assemblea mista, formata anche da parlamentari. Per la prima volta nella storia cilena, dunque, a scrivere la legge fondamentale saranno dei cittadini scelti con il voto popolare. La partecipazione, inoltre, è stata intorno al 50 per cento, nonostante i limiti imposti dal Covid che ha colpito oltre mezzo milione di cileni e ne ha uccisi quasi 14mila. Risultati affatto scontati. Fino all’ultimo la forbice dei favorevoli variava tra il 55 e il 75 per cento.

La grande incognita era, poi, l’astensione, alta nelle ultime consultazioni, fino al record del 64 per cento alle municipali del 2016. Stavolta, invece, la gente si è presentata in massa ai seggi, seppur con guanti e mascherina, come mostrano le foto di file “distanziate”. «La cittadinanza, la democrazia e la pace hanno trionfato sulla violenza», ha dichiarato il presidente Sebastián Piñera (nella foto).

Un esito affatto scontato un anno fa quando, in seguito all’aumento del prezzo del biglietto della metropolitana di 30 pesos – equivalenti a 4 centesimi di euro – da parte del governo di Sebastián Piñera, la protesta sociale è esplosa con forza tellurica. E violenta. Accanto ai moltitudinari cortei pacifici, ci sono stati saccheggi, incendi, distruzioni. La repressione da parte delle forze dell’ordine ha acuito le tensioni: per settimane una tra le nazione più stabili dell’America Latina è precipitata nel caos. El estallido (l’esplosione) è costato trentuno morti, migliaia di feriti, danni milionari. Una reazione
apparentemente sproporzionata rispetto alla misura contestata. I trenta pesos sono, però, diventati la metafora del grande nodo irrisolto durante e dopo la dittatura pinochettista: la diseguaglianza. A fronte di una crescita pre-Covid ininterrotta, tuttora l’uno per cento della popolazione detiene il 26,5 per cento della ricchezza mentre il 50 per cento deve sopravvivere con meno del 2,6 per cento di risorse. In pratica, come afferma l’economista Jorge Katz, non esiste “il Cile” ma quattro Cile differenti, in ordine decrescente di sviluppo dove, a punte di eccellenza da far invidia al Nord del pianeta, corrispondono abissi di emarginazione.

A soffrire maggiormente l’ingiustizia strutturale, ancor più dei poveri, sono le classi medie e medio-basse, costrette a indebitarsi per pagare istruzione e sanità, privatizzate dalla dittatura e lasciati tali dai governi democratici. È la Magna Carta a sancire la preminenza del mercato rispetto allo Stato nell’erogazione dei servizi di base. Ecco perché la “battaglia dei 30 pesos” in breve s’è trasformata nella lotta per una nuova Costituzione. A livello simbolico, inoltre, l’ombra del generale non ha mai smesso di aleggiare sulla Carta, rappresentandone un “difetto congenito”, per utilizzare l’espressione del politologo e consulente Onu, Gabriel Negretto.
La richiesta di “cambiare le regole del gioco” è emersa a più riprese nell’ultimo quindicennio. L’opposizione del centro-destra aveva sempre, però, sbarrato la strada alla riforma. Fino al 15 novembre 2019, quando il conservatore Piñera ha ceduto, annunciando il referendum. In seguito, anche la destra moderata, – oltre il centro e la sinistra – si è schierata per la nuova Costituzione, isolando i “nostalgici”. Il motore del “sì”, però, non sono stati i partiti tradizionali, screditati dagli scandali di corruzione, bensì i movimenti civili.

Ora, in ogni caso, sia le differenti forze politiche classiche sia la cittadinanza organizzata dovranno riuscire a cooperare per gestire il post-Plebiscito. Un momento delicato e articolato in varie fasi. Il prossimo 11 aprile ci sarà il voto dei 155 rappresentanti della Costituente, la quale dovrà terminare il testo – approvato a maggioranza di due terzi – entro i successivi nove mesi. Poi, i cittadini saranno chiamati per la ratifica definitiva. Fondamentale, in ognuna delle tappe, riuscire a contenere la violenza delle minoranze radicali che cercano di boicottare il processo.


Lucia Capuzzi
NP novembre 2020

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