L'esempio

Date 22-04-2022

por Renzo Agasso

L'immagine simbolo del settennato presidenziale di Sergio Mattarella resterà quella di lui, solo, che scende i gradini bianchi dell'Altare della Patria, il 25 aprile 2020. La mascherina sul volto, la chioma candida, il passo solenne e lieve.
In quella dignitosa, solitaria discesa c'era l'angoscia di un Paese piegato dall'assalto del virus; e al tempo stesso la speranza d'una risurrezione.
L'uomo mite e severo che tutti ci rappresentava, silente, proclamava la resistenza di un popolo alla sfida più inaudita.
Richiamando alla memoria un'altra camminata solitaria sotto la tempesta: un mese prima, papa Francesco in piazza San Pietro, disperatamente e luminosamente muta e deserta.

Quel 25 aprile tutti ci siamo aggrappati al Presidente con la mascherina, come a zattera sballottata dalle onde. Sapevamo che lui non poteva far nulla. Ma il solo fatto che fosse lì – solitario solenne sereno – nonostante l'aggressione vigliacca del virus, ci dava conforto e fiducia.
Si caricava sulle spalle il peso tremendo d'un Paese ferito da un assalto inatteso e impensato. Prendeva ciascuno per mano, padre premuroso, non abbandonando nessuno nel momento della prova.
Mai come quel giorno Sergio Mattarella è stato presidente della Repubblica.

Mai come in quel gesto mite e potente, solenne e lieve, muto e solitario. Come a dire a sessanta milioni di italiani, uno a uno: «Non temete, io sono qui, nel luogo più sacro della Nazione, a testimoniare che ancora una volta il nostro popolo risorgerà.
Oggi siamo nel lutto e nel pianto, ma tornerà il sorriso.
La storia non finisce, noi siamo la storia.
Ci sono toccati questi giorni dolorosi, queste morti angoscianti, che non dovremo mai dimenticare, ma onorare con comportamenti adeguati. Se però saremo popolo, se saremo uniti e generosi, se respingeremo l'egoismo per guardare all'altro, noi risorgeremo. Ve lo prometto da qui, da questo Altare della Patria, severo e solenne, che racchiude il significato del nostro destino comune».

Del resto, Sergio Mattarella l'aveva detto fin dal discorso di insediamento, il 3 febbraio 2015: «Non servono generiche esortazioni a guardare al futuro ma piuttosto la tenace mobilitazione di tutte le risorse della società italiana.
Parlare di unità nazionale significa, allora, ridare al Paese un orizzonte di speranza.
Perché questa speranza non rimanga un'evocazione astratta, occorre ricostruire quei legami che tengono insieme la società».


Renzo Agasso
NP gennaio 2022

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