La scuola siamo noi

Date 05-05-2021

por Matteo Spicuglia

«La didattica a distanza? È uno strumento di emergenza. Come andare al Pronto soccorso. Non si può rimanere lì a lungo». Anna Maria Ajello usa una metafora per descrivere l'anno orribile della scuola in piena pandemia.
Psicologa, docente dell'Università di Roma, è presidente nazionale dell'Invalsi, l'ente che ha il compito di valutare qualità e tenuta del sistema scolastico del nostro Paese. Il Covid ha complicato la situazione, ha fatto entrare studenti e insegnanti in una situazione limite. Adesso, bisogna correre ai ripari.


La realtà è davvero così complicata?

Direi di sì. Abbiamo usato le tecnologie a distanza perché non avevamo alternative, ma non dobbiamo dimenticare che a scuola si impara insieme e che la socialità è fondamentale come l'aspetto cognitivo. In pieno coronavirus purtroppo abbiamo offerto un modo depotenziato di imparare. La conferma ci arriva anche da altri Paesi molto più ferrati di noi in fatto di tecnologia.
Per esempio l'Olanda. I test che hanno fatto dimostrano che con la didattica a distanza, lo stato di apprendimento è stato scarsissimo.


Vede questo rischio anche da noi?

Assolutamente sì. Pensiamo sempre all'economia, ma adesso servono anche ristori per la scuola, ovvero attività compensative che devono partire al più presto. Siamo di fronte a un problema sociale e la scuola deve essere aiutata. Penso ad alcune realtà virtuose che ho conosciuto in Trentino: sono cooperative che aiutano i ragazzi nel pomeriggio a fare i compiti, a svolgere diverse attività, con gli stessi educatori che forniscono elementi di valutazione agli insegnanti. È un patto che parte dalla scuola e abbraccia anche i territori.
Non possiamo più aspettare anche perché la posta in gioco è altissima.


Qual è?

Se noi manterremo livelli di competenza, il nostro Paese non svilupperà le sue eccellenze. Dobbiamo essere molti chiari: le eccellenze non sono fiori spontanei che nascono in terreni desolati. Anzi, sulla desolazione non nasce proprio niente! Bisogna fare in modo che il livello generale della popolazione si elevi. Questo è un problema ormai globale, come dimostra tutto il tema delle fake news e di chi gli va dietro.


In gioco c'è anche la lotta alle disuguaglianze. La dad in alcuni territori e contesti fragili ha favorito la dispersione scolastica…

Purtroppo è così. La pandemia ha aggravato disuguaglianze che c'erano già prima. E il futuro è complesso perché la massa di famiglie che avrà problemi crescerà. È vero che ci saranno ristori economici, ma non all'infinito. Tutti siamo preoccupati per queste situazioni.
Non si tratta di dare responsabilità, ma di agire. Queste cose si possono fronteggiare ma vanno prese così come sono, non solo con la buona volontà del singolo insegnante. È la comunità che deve farsi carico. La singola persona non ce la fa in situazioni complicate in tempi normali, figuriamoci adesso…


C'è un'altra dimensione ferita in questo tempo ed è la socialità dei ragazzi. Ci saranno conseguenze?

Mi preoccupano soprattutto i bambini più piccoli. Le scuole primarie in Italia per fortuna sono rimaste aperte, ma non è così ovunque. In America, per esempio, in alcuni Stati i bambini sono rimasti a casa. Questa fatica in forme diverse riguarda anche i più grandi. Torno al ragionamento di prima: bisogna mettersi in testa di dover fronteggiare un danno, non pensare a qualcosa come un morbillo che una volta passato non torna più o torna molto raramente.
Questo virus non è una malattia esantematica, deve essere considerato come una malattia seria, per cui noi dobbiamo agire come adulti che devono riparare un danno che si è instaurato.
Non è un danno insolubile, non è un danno irrecuperabile, però è un danno. Io temo la banalizzazione. No, diamoci il compito di recuperare. Possiamo farlo.


Che cosa può imparare il mondo della scuola da questa situazione? Qual è l'insegnamento più grande di questa esperienza?

Penso a tre aspetti. Sul fronte delle tecnologie, abbiamo capito che dobbiamo insegnare ad usarle. È il grande tema della cultura digitale su cui dobbiamo formarci di più. Poi credo che sia in gioco una maggiore personalizzazione dell'apprendimento, cioè mettersi in testa che non puoi fare la stessa cosa per tutti e quindi occorre una lunga preparazione delle attività che si fanno. Infine, spero che la pandemia ci aiuti a capire che sul fronte educativo siamo tutti coinvolti, non solo la scuola. Penso al famoso proverbio africano che dice: «Per educare un bambino ci vuole un villaggio». Se lo capissimo, saremmo un Paese migliore.

Matteo Spicuglia
NPFOCUS febbraio 2021

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