Le persone al centro

Date 15-09-2021

por Daniele Rocchetti

Quello che stiamo vivendo non è semplicemente un'epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca. Siamo, dunque, in uno di quei momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza».

Nelle parole di papa Francesco c'è un metodo che andrebbe custodito con attenzione. Che esige, prima di ogni azione, una riflessione, un discernimento lucido, realistico, del presente.
Un invito a ritornare a pensare. Perché tornare a pensare è la prima sfida a cui siamo chiamati. Serve tempo per pensare il tempo. Perché il tempo in cui viviamo – e che lo tsunami del Covid ha accelerato – sta riscrivendo radicalmente le istruzioni per vivere e le istruzioni del vivere insieme e mettendo in crisi – anche se spesso ci ostiniamo a non vederlo – istituzioni, associazioni e chiese. Dunque, prima ancora che dire cosa fare sarebbe utile ritornare a pensare. Perché, altrimenti, è un girare a vuoto sterile. Servono dunque nuove mappe per decifrare il presente. Anche sul tema del lavoro. Soprattutto, direi, sul tema del lavoro. Che sta cambiando profondamente i connotati. In questo articolo mi soffermo in modo particolare sulla digitalizzazione in atto che coinvolge e sfida, in particolare, anche tutte le realtà del Terzo Settore.


La domanda di innovazione del Terzo Settore

Concreta necessità e potente suggestione, le realtà del terzo settore percepiscono un crescente bisogno di innovazione e digitalizzazione. Si avverte il rischio di non stare al passo coi tempi, nella prospettiva ormai dominante per cui solo chi è capace di innovarsi – a livello di informatizzazione, gestione dei processi, comunicazione – ha un futuro garantito. Ma non sarà una transizione semplice e sicuramente non è nemmeno iniziata con il piede giusto. Questo perlomeno è quanto emerge dallo studio condotto a inizio anno da Fondazione Italia Sociale, Deloitte Private e Techsoup Italia.

L'indagine[ 1], che ha coinvolto circa 180 organizzazioni del Terzo Settore, rappresenta un contributo pionieristico sul tema, in quanto esclusivamente dedicato ai nostri mondi. Muovendo su cinque driver principali – leadership e cultura dell'innovazione, struttura organizzativa, gestione del personale, finanza sociale, tecnologia e digitalizzazione – la volontà è quella di restituire la fotografia attuale mettendo in evidenza i metodi più adatti per l'implementazione di nuove tecnologie e prassi, nonché di promuovere una vera e propria cultura dell'innovazione.

Il quadro emerso non pare però incoraggiante. Alcune evidenze mostrano chiaramente la mancanza di una strategia anche solo di medio-periodo, con obiettivi chiari e misurabili: – quasi i due terzi delle realtà intervistate dichiarano la scarsità di risorse da investire con cui devono fare i conti; – oltre sei su dieci affermano di trovare resistenze nel processo di transizione digitale, dovute principalmente a ragioni interne – formazione e sensibilità del personale (dipendente e volontario) – e alla crescente burocrazia nella gestione dei rapporti con l'esterno, in particolare con la Pubblica Amministrazione; – quasi la metà riconosce l'inadeguatezza delle competenze informatiche e digitali del personale.

Mancano opportunità di formazione che siano misurate sulle realtà non profit. Non tanto poiché si rileva una scarsità dell'offerta a livello didattico; piuttosto perché manca un accompagnamento istituzionale e culturale in questa transizione. Non sono sufficienti i corsi di formazione promossi dalle varie scuole ed enti, è necessario insistere sulla promozione di una cultura del cambiamento. Questo è, alla radice, il significato del concetto di innovazione: alterare l'ordine delle cose stabilite per innovare, fare cose nuove. Spesso le nostre associazioni, imprese sociali, fondazioni – così come le nostre reti – appaiono cristallizzate, appesantite da quell'ordine stabilito negli anni, dalla retorica del "si è sempre fatto così". È inutile negare che la transizione digitale porta con sé una mole di cambiamenti che rischia di non attecchire minimamente, o peggio, fare danno se non incontra un sostrato culturale favorevole.


A servizio di chi presta servizio

Sarebbe ingiusto non riconoscere le attenuanti del caso. Il Terzo Settore, parallelamente alla crescente varietà del bisogno sociale e al trend di invecchiamento della popolazione, registra un'espansione continua, che non è però sostenuta da risorse adeguate (finanziarie e di conseguenza umane).
Chi opera nel settore ha in media carichi di lavoro elevati, che spesso esondano nel lavoro volontario, e la transizione digitale grava come un'ulteriore e complesso task da adempiere.
Chi s'impegna in questa direzione lo fa principalmente per via di quella paura di rimanere tagliati fuori che si diceva. Dati alla mano, questa leva non è sufficiente.

Ci è richiesto un passo in più: lo sforzo di inquadrare l'innovazione tecnologica in una prospettiva di supporto alle attività che già si svolgono. Bisogna porre l'accento sull'opportunità che essa rappresenta per una maggiore integrazione nel contesto del Terzo Settore, tale da favorire la costruzione di un know-how condiviso sulle sfide quotidiane che ci accomunano, sulla tessitura di reti "a distanza" e, perché no, sul reperimento delle risorse che l'apertura di nuovi canali permette di attrarre. Sarebbe inoltre auspicabile una solida sponda da parte delle istituzioni a riguardo.

Tuttavia, la sfida primaria del guidare questa transizione a servizio di chi fa servizio è un'altra. Consiste nella valorizzazione delle risorse umane che la digitalizzazione può portare con sé, sgravandole di fatto da attività ripetitive, talvolta alienanti, a basso valore aggiunto. Può sembrare un lessico prettamente aziendale, ma non è così, ha una traduzione unica nel nostro mondo. Il tempo che si va a risparmiare – risorsa preziosa a prescindere, specie in un tempo in cui è complesso reperire nuovi collaboratori e volontari – può essere investito in quelle che sono le vere attività ad alto valore aggiunto delle nostre organizzazioni, ovvero la cura delle relazioni e della persona. Quell'attenzione, quel mettersi a servizio, quell'autentica presa in carico delle donne e degli uomini con cui entriamo in contatto, resa ancora più necessaria da quelli che sono invece gli effetti collaterali dovuti alla digitalizzazione, esacerbati dalla chiusura dell'ultimo anno.


Disuguaglianze e digital divide

Opportunità e sfida per la sopravvivenza.
Sembra proprio questa la doppia natura della transizione digitale con cui non possiamo non fare i conti.
Perché non cogliere le possibilità descritte in precedenza, non significa automaticamente che si possano mettere in conto soltanto i relativi "costi-opportunità".

Lo spettro del digital divide, ovvero il divario tra chi è e chi non è informaticamente alfabetizzato e ha accesso ai relativi strumenti e alla rete, si sta già materializzando in molti ambiti del non profit. È sufficiente pensare a quelle associazioni che facevano della presenza fisica sul territorio e dell'incontro con le persone nelle piazze il loro tipico canale comunicativo, di reclutamento e finanziamento. Oppure basta pensare a molti dei nostri destinatari.

In questo senso, l'impegno nel guidare la transizione digitale all'interno del Terzo Settore ha una valenza ancora più elevata. Perché al rischio di emarginazione che vivono le nostre organizzazioni, si aggiunge il pericolo di esclusione sociale che investe gli individui cui è rivolta la nostra azione. Abbiamo bisogno di un accompagnamento tecnico e culturale che ci permetta a nostra volta di accompagnare in questa transizione le sacche di fragilità che a noi si aggrappano. Le storie, la fiducia, i volti che non possiamo ignorare se non vogliamo tradire il patto sociale a fondamento del Terzo Settore. Non abbiamo bisogno di enti che, pur professando solidarietà e inclusione, operano nel solco del digital divide, alimentando inesorabilmente la discriminazione sociale e culturale in essere. Le disuguaglianze galoppano benissimo già per conto proprio.

Daniele Rocchetti
NP maggio 2021


[1] Fondazione Italia Sociale, Deloitte Private, TechSoup Italia (2021), La domanda di innovazione del Terzo Settore, Working Paper Fondazione Italia Sociale n. 6, febbraio 2021.

*Presidente delle ACLI di Bergamo

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