Le vittime della nostra ricchezza

Date 12-02-2021

por Redazione Sermig

R.D. CONGO. Il coltan, il minerale che ognuno di noi porta in tasca, è oggetto di una lunga catena commerciale che implica pesanti conseguenze sui diritti umani e ambientali.

Questo minerale, utilizzato nella produzione di svariati materiali di alta tecnologia, è soprattutto fondamentale per la realizzazione degli smartphone. Il consumo compulsivo e il rinnovo costante di questi oggetti ha fatto sì che dalla fine degli anni ’90 il commercio del coltan sia cresciuto in modo esponenziale. Da qui lo sfruttamento da parte delle grandi multinazionali e le conseguenze catastrofiche nei confronti delle popolazioni di territori come il Congo, essendo questa terra una grande riserva di coltan e di altri minerali.

Il territorio del North Kivu era un tempo quasi totalmente caratterizzato da enormi foreste, fino a quando non venne scoperto, nei primi del ‘900, che da quel patrimonio naturalistico si poteva trarre il prezioso caucciù, indispensabile per la produzione dei battistrada dei pneumatici. Anche in questo caso, il territorio fu oggetto di sfruttamento umano e ambientale. Ora il paesaggio appare a prima vista una landa dai verdi prati ricchi di pascoli e di terreni acquistati per lo più dai ricchi e corrotti politici e imprenditori del Paese.

Le principali problematiche della popolazione di questi luoghi sfregiano con violenza i colori di questa terra, interrotti da migliaia di tende di plastica bianca dei campi profughi.
Sono campi affollati da famiglie che scappano dai villaggi circostanti, a volte distanti anche solo poche decine di chilometri, in un contesto caratterizzato dalla presenza di gruppi ribelli mossi dalla sete di potere.

La mancanza sostanziale di alternative per sopravvivere e lo scarsissimo livello di scolarizzazione costringe la popolazione di tutto il territorio ad essere schiava all’interno delle loro terre e a lavorare nelle miniere, con dei livelli di sicurezza pari a zero. I piccoli villaggi a ridosso, come ad esempio Rubaya, sono abitati da centinaia di famiglie spezzate, dove una vedova o una madre spesso non possono nemmeno piangere il corpo del proprio caro, sepolto e abbandonato dentro le voragini della montagna. I diritti e il sostegno a queste donne da parte delle compagnie minerarie sono inesistenti; gli aiuti per sopravvivere arrivano soltanto dalle ONG che operano sul campo.
Il Congo, da sempre una terra “ricca da morire”

Foto e testo: STEFANO STRANGES

NPEYES dicembre 2020

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