Non c'è pace senza giustizia

Date 13-08-2022

por redazione Unidialogo

«Senza la giustizia che cosa sono le nostre comunità, i nostri Stati, se non una banda di ladri?».
Questa riflessione di sant’Agostino ci mette a mio parere nella giusta prospettiva. Noi non sappiamo dire che cos'è la pace, non sappiamo dire che cos'è la giustizia, ancor meno sappiamo dire perché la giustizia è un fattore fondamentale della pace. Ma molto spesso, ci accorgiamo del valore di queste grandi virtù, quando vengono meno. In sostanza, alla giustizia ci si accosta non per concetti, ma per vie esperienziali e per lo più attraverso una mancanza.

Come diceva Gustavo Zagrebelski in un dialogo con il cardinale Martini: «L’idea della giustizia nasce dall’esperienza dell’ingiustizia subita da noi o da chi ci è caro». Dobbiamo partire da qui, perché l’esperienza dell’ingiustizia brucia, apre una domanda, mette un fuoco dentro.
Basta chiederlo a una vittima di qualunque delitto o ingiustizia sociale.
Tuttavia, la risposta a questo bruciante bisogno di giustizia può avere risposte diverse.

Per esempio, ci si può fare carico delle ingiustizie dall’altro, come avviene al Sermig.
Oppure, rispondere semplicemente con rabbia, paura, bisogno di vendetta: violenza che risponde alla violenza e guerra che risponde alla guerra.
Le primissime tracce della giustizia umana, nella nostra civiltà spesso hanno questo segno: la legge del taglione, dell’occhio per occhio, o forme di punizione che reagiscono al fattore ingiustizia generando una reazione dello spesso segno.
Se vogliamo riflettere sulla giustizia come condizione della pace, però, dobbiamo fare un passo in avanti.

C'è un testo a me molto caro che pesca nella saggezza dell’antica Grecia: è la tragedia delle Eumenidi di Eschilo che racconta una storia senza tempo, capace di parlare anche a noi. Agamennone è grande condottiero che prima di partire alla conquista di Troia decide di propiziarsi i venti per l’attraversamento dei mari attraverso il sacrificio di sua figlia Ifigenia. Questo sacrificio gli propizierà dei venti favorevoli, tornerà vincitore dopo dieci lunghi anni di guerra, ma quella ferita originaria della sua impresa innescherà una catena di vendette di sangue che faranno sì che la moglie Clitennestra, che lo attende e lo accoglie apparentemente vincitore con tutti gli onori, diventi in realtà la mano che lo assassina. Agamennone viene tradito dalla moglie che non ha mai potuto perdonare al marito un gesto così crudele come uccidere la figlia.
Tuttavia, la madre che uccide il padre a sua volta chiama altro sangue, perché Oreste, il figlio di Clitemnestra e Agamennone, torna dall’esilio per vendicare il padre. Orrore su orrore: il padre uccide la figlia, la moglie a sua volta uccide il marito e il figlio uccide la madre. È una catena di sangue scatenata dall’antica idea della giustizia, rappresentata dalle Erinni, antiche divinità che non fanno altro che generare violenza su violenza fino a distruggere l’intera città.

A un certo punto, questa tragedia che sembra accumulare una serie di omicidi uno più obbrobrioso dell’altro si interrompe bruscamente, perché entra in scena la dea Athena, chiamata da Apollo. È lei a chiedere il motivo per cui è stata evocata.



Le viene raccontata così la vicenda del matricidio e di tutto il pregresso, ma decide di non esprimersi. Il caso è troppo complicato, dice, decidendo di istituire il primo tribunale della storia. Athena convoca così dodici cittadini, tra i migliori di Atene e comincia a mettere in atto una sorta di processo: chiede a Oreste cosa sia successo e lui confessa tutto.
A quel punto, le Erinni che rappresentano l’accusa si infuriano, poi entra in scena Apollo che difende Oreste dandogli delle attenuanti. Alla fine, tutto si ferma, la corte si ritira ed emette il suo verdetto.
I dodici sono divisi in due: sei a favore e sei contro. Alla fine, prevale il voto della presidente, la dea Athena che decide l’assoluzione. Ecco così che le Erinni si scatenano e come delle furie vogliono distruggere la città. In quel momento, la dea Athena si trova di fronte a un compito ancora più impegnativo, accetta un dialogo serratissimo con le Erinni che in modo martellante definiscono inaccettabile il verdetto. Athena le ascolta e fa una mossa disarmante.
Dice alle Erinni: «Io non vi voglio cacciare dalla città, tutta questa furia che voi avete addosso di fronte alle ingiustizie, anziché usarla per la distruzione, usatela per proteggere la città. Non vi chiamerò più Erinni, ma Eumenidi». Il prefisso “eu” in greco vuol dire bene, buono, indica tutto ciò che è positivo.

Questa tragedia ci dice una cosa straordinaria, ovvero che all’ingiustizia può seguire una spirale di violenza, di conflitto e di odio, ma può esserci anche una risposta che genera un’azione pacificante, capace di includere tutti, comprese quelle Erinni a cui viene assegnato un ruolo costruttivo nella vita della città.

Vorrei soffermarmi però su un altro aspetto, sulla spaccatura dei dodici giudici. Come mai questa giustizia non sa prendere una posizione netta?
Questa sfumatura mi colpisce moltissimo perché mi rendo conto che è molto vera. Quando parliamo di giustizia, c'è sempre qualche cosa di non risolto, un che di incompiuto. È vero, senza quel tribunale saremmo ancora in preda alle Erinni, ma per quale motivo quel processo finisce sei a sei?

C'è un passaggio che ha scritto Gemma Calabresi nel suo ultimo libro. È la moglie del commissario Luigi Calabresi, ucciso negli anni di piombo. Uno dei responsabili fuggì in Francia ed è toccato a me, da ministro della giustizia, ribadire la richiesta di estradizione. Sorprendentemente, dopo tanti anni, la Francia ha rimosso il veto politico e ha dato corso all’iter. Questo accadeva il 28 aprile 2021. Scrive Gemma Calabresi: «Quando me lo dicono non ci credo, sono talmente travolta dalle emozioni che mi devo sedere, quello che provo è difficile da spiegare, sento forte un senso di giustizia che non ha nulla a che fare con me o la mia famiglia, è il senso di giustizia di una persona che crede nella democrazia e dei suoi valori che con questo gesto vengono finalmente ristabiliti. Ma non c'è alcuna gioia in me. Penso a quell’uomo, Pietrostefani, più vecchio di me e anche malato. Che tipo di consolazione, di risarcimento può darmi sapere che passerà i suoi ultimi anni di vita in carcere? Nessuno, anzi credo che invece di toglierli la libertà dovremmo chiedergli di restituirci un po’ di verità, quella che manca non solo a noi come famiglia ma anche alla storia di questo Paese. Ecco questo mi sembra uno scambio equo. Noi abbiamo percorso il nostro pezzo di strada, ora sta farlo a loro. Ricordate, un ponte si fa in due».
Quando ho letto questa reazione, ho compreso che Gemma aveva capito il senso della mia richiesta di estradizione: non un gesto di vendetta a scoppio ritardato, ma un bisogno di verità.

Sono convinta che non si possa lasciar correre neanche a distanza di tanti anni, perché un’ingiustizia è un’ingiustizia. Al tempo stesso, non si può neanche rimanere prigionieri delle Erinni che non ti lasciano pace e non danno tregua.
Ecco così che di fronte a gravi fatti che colpiscono un uomo una donna, possono esserci anche risposte di creatività e di generatività umana inaspettata. Una forma di giustizia di questo tipo è la giustizia riparativa.
La spiego con le parole di Albie Sachs, avvocato sudafricano, sempre dalla parte delle vittime dell’apartheid.
Lui elaborò l’idea di una “vendetta gentile” quando fu vittima di un attentato in cui perse un occhio e un braccio.
Ai compagni che promettevano vendetta, lui reagì con forza: «Come mi vendicherete? Andremo in giro a mozzare braccia alla gente, ad accecare un occhio a chi mi ha accecato, è questo il Sud Africa che noi vogliamo? Se avremo libertà, democrazia e stato di diritto allora ecco che sarò vendicato, questa sarà la mia vendetta mite».

Che la giustizia sia generativa di pace, di concordia, di costruzione sociale non è scontato. Non è automatico, è una scelta. E quella stessa scelta che Liliana Segre compì il giorno in cui fu liberata dal campo di concentramento, di fronte a una guardia che perse la sua arma. È lei a raccontarlo: «Guardai quell’arma e decisi di non raccoglierla».
E commenta: «È in quel momento che sono diventata la donna libera che sono».


Nel suo intervento la ministra Cartabia ha fatto anche riferimento all'Allegoria del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti che si trova nel Palazzo Pubblico a Siena. A sinistra, in posizione elevata, si trova la Sapienza Divina, incoronata,
alata e con un libro in mano. Con la mano destra tiene una bilancia, sui cui piatti due angeli amministrano i due rami della giustizia secondo la tradizione aristotelica: "distributiva" (a sinistra) e "commutativa" (a destra). Il primo angelo decapita un uomo e ne incorona un altro. Il secondo angelo consegna a due mercanti gli strumenti di misura nel commercio: lo staio per misurare il grano e il sale e due strumenti di misura lineare. La bilancia è amministrata dalla Giustizia in trono, virtù e istituzione cittadina che però è solo amministratrice, essendo la Sapienza Divina l'unica a reggere il peso della bilancia e verso cui la Giustizia stessa volge lo sguardo. Dalle vite dei due angeli partono due corde che si riuniscono per mano della Concordia, diretta conseguenza della Giustizia. Il Comune è protetto e ispirato dalle tre Virtù teologali, rappresentate alate in alto, ovvero la Fede, Speranza e Carità. A loro si uniscono altre due Virtù non convenzionali, ovvero la Pace, mollemente semisdraiata in una posa sinuosa su un cumulo di armi e con il ramo di ulivo in mano, e la Magnanimità, dispensatrice di corone e denari.


Testo non rivisto dall'autrice

Marta Cartabia
NP aprile 2022

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