Si riparte così

Date 19-11-2020

por Daniele Rocchetti

Servirà molto tempo per rielaborare tutto quanto è accaduto negli scorsi mesi.
La rapidità e la brutalità di tanti accadimenti hanno bisogno di essere sedimentati e ripresi con pazienza. La morte di tante figure comunitarie, la violenza con cui sono state strappate, la solitudine della fine, necessitano di ricuciture lunghe e profonde.
Siamo stati riportati tutti all’esperienza fondamentale della nostra fragilità, della precarietà. Abbiamo visto che la nostra vita – così ben organizzata e funzionante – si è bloccata ovunque per un microbo di virus nel giro di un paio di settimane. Impensabile.
Chi poteva immaginarlo? Nella società della certezza tecnocratica abbiamo scoperto di colpo che tutto un certo tipo di racconto fatto finora non reggeva più. È stato sovvertito un ordine e un sistema che, per mezzo della tecnica e della scienza, pensavamo fosse onnipotente.
Abbiamo scoperto la vulnerabilità e fatto i conti, realmente, con la morte, un tema tabù del nostro tempo.
Mauro Magatti ha più volte parlato di «società del rischio» e richiamato la lezione di Ulrich Beck, sociologo tedesco morto nel 2015. La tesi di Beck si può riassumere così: la società moderna non si è ammalata per le sue sconfitte, ma per i suoi successi. Il terrorismo internazionale è conseguenza della vittoria del moderno, la catastrofe climatica del successo dell’industrializzazione, la disoccupazione di massa dei guadagni della produttività e l’invecchiamento della società minaccia i sistemi previdenziali perché la medicina ha allungato la vita agli uomini. La società avanzata genera rischi e, con la sua crescita, li moltiplica.

SERVONO NUOVI PARADIGMI
Servono dunque “nuovi paradigmi” che ci portino ad accettare la complessità del mondo. Serve riconoscere che il modello di sviluppo concepito unicamente come crescita possa e debba essere messo in discussione. Lo sapevamo anche prima: da tempo la comunità accademica riconosce l’impossibilità di proseguire con questo modello di sviluppo, vuoi per le sue drastiche conseguenze sui cambiamenti climatici (irreversibili), vuoi per il superamento dell’impronta ecologica totale del pianeta, vuoi per l’aumento della forbice dell’ingiustizia sociale.

UN NUOVO INIZIO
A tutto questo, ora si aggiunge la conseguenza di questa crisi. Siamo stati muti testimoni di un’emergenza che ha messo in discussione la vita delle persone e mette in discussione la vita delle comunità e dei territori, il loro futuro.
Gli scenari sociali ed economici sul dopo – quando terminerà il blocco dei licenziamenti e il sostegno della cassa integrazione – sono preoccupanti e riguardano il mondo intero. È la prima volta dopo la fine della Seconda Guerra che la comunità mondiale si trova a fronteggiare una crisi così drammatica.
Il “cigno nero” del coronavirus ha messo sotto sopra i governi, i popoli e l’economia reale, le fabbriche, i negozi.
Stavolta la crisi non è stata indotta dagli speculatori delle Borse, ma da un’epidemia.
Non sarà facile ripartire.
Ma sarà necessario. Dunque, occorre immaginare “un nuovo inizio”. Perché, come ha detto papa Francesco nell’omelia durante la prima messa celebrata con il concorso di popolo dopo le misure restrittive che hanno impedito le celebrazioni comunitarie, «peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla ».
Papa Francesco offre, ancora una volta, il giusto modo per guardare le cose.
Il Papa dice che ci è dato – nonostante il carico di dolore e di morte alle nostre spalle e la grande incertezza del futuro prossimo – l’impegno a non chiudere troppo in fretta ciò che è accaduto e che è urgente rimettere in discussione le logiche su cui abbiamo impostato la nostra vita, personale e comunitaria. Per farlo serve pensiero, serve la necessità di ripensare le strade finora percorse, sondarne di nuove possibili. Un nuovo inizio chiede di reimpostare la rotta, navigando «in mare aperto».

IL CORAGGIO DI UNO SVILUPPO SOSTENIBILE PER TUTTI
Serve un modello economico diverso da quello attuale che ha distrutto il pianeta e aumentato le diseguaglianze perché non è etico e sostenibile. Occorre «cambiare il paradigma» rispettando l’ambiente ma anche dando risposte sociali. La decrescita felice non è la risposta giusta ma lo è lo sviluppo sostenibile. Per tutti. Non solo per qualcuno. «L’ambiente senza giustizia sociale è solo giardinaggio», così stava scritto su un cartello esposto da uno dei moltissimi giovani scesi in piazza con i Friday for future.

Daniele Rocchetti
NP ottobre 2020


 

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