Stop al nucleare

Date 16-05-2021

por Lucia Capuzzi

Ora non c'è più posto nel mondo per le armi nucleari. È vietato detenerle, non solo utilizzarle. Così è scritto nel Trattato Onu approvato da 122 nazioni in Assemblea generale il 7 luglio 2017. Ed entrato in vigore il 22 gennaio scorso, a 90 giorni dalla 50esima ratifica, dell'Honduras. Con buona pace del fragile equilibrio garantito della dottrina della deterrenza. E anche delle oltre 1.300 testate chiuse negli arsenali del club atomico: Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna, Pakistan, India, Israele e Corea del Nord.

Le nove potenze – e i loro alleati, Italia inclusa – non fanno parte dell'accordo che non si applica, al momento, nei rispettivi territori. Non saranno, però, impermeabili ai suoi effetti, come la storia del disarmo dimostra. Pur senza aderire al divieto, ad esempio, gli Stati Uniti hanno interrotto la fabbricazione di munizioni a grappolo mentre 34 Paesi hanno congelato i movimenti di mine antipersona. I trattati di proibizione, inoltre, stringono i rubinetti del credito: gli istituti finanziari spesso scelgono di non investire in «armi controverse». Abp, uno dei cinque maggiori fondi pensione, ha già chiuso ai produttori nucleari. Il trattato, dunque, rappresenta una rivoluzione copernicana strategica. «Una svolta», l'ha definita Beatrice Fihn, coordinatrice dell'International campaign against nuclear weapons (Ican), movimento promotore dell'iniziativa e insignito per questo del Nobel per la Pace nel 2017. È il «primo strumento giuridicamente vincolante che vieta esplicitamente questi ordigni, il cui utilizzo ha un impatto indiscriminato, colpisce in breve tempo una quantità di persone e provoca danni all'ambiente di lunghissima durata», ha detto papa Francesco al margine dell'Udienza generale del 20 gennaio. E ha aggiunto: «Incoraggio vivamente tutti gli Stati e tutte le persone a lavorare con determinazione per promuovere le condizioni necessarie per un mondo senza armi nucleari, contribuendo all'avanzamento della pace e della cooperazione multilaterale», di cui l'umanità ha tanto bisogno.

Un appello più volte ripetuto da Jorge Mario Bergoglio. «L'uso dell'energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l'uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune», aveva detto il 24 novembre 2019 al Memoriale della pace di Hiroshima. L'«eliminazione totale delle armi nucleari diventa sia una sfida sia un imperativo morale e umanitario», ha ribadito nell'enciclica Fratelli tutti. Non sorprende, dunque, che la Santa Sede sia stata il primo Stato a sottoscrivere il bando Onu. E la sua moral suasion ha contribuito a sensibilizzare l'opinione pubblica mondiale sull'urgenza di un "disarmo integrale".

Costruito grazie a un lavoro di concerto globale. «È una nuova era. Per di più, gli Stati non detentori di armi nucleari possono ora utilizzare la leva legale, così come la pressione finanziaria per promuovere l'obiettivo di un mondo libero dagli arsenali atomici. Non ci si illude che le dichiarazioni morali da sole portino al disarmo, ma il cambiamento delle norme, si spera, promuoverà l'avvio di negoziati a quest'effetto», ha sottolineato il cardinale Silvano Maria Tomani, componente del dicastero per il Servizio allo
sviluppo umano integrale, con alle spalle una lunga carriera diplomatica come osservatore permanente alle Nazioni Unite di Ginevra.

Qualcosa si muove nello scenario internazionale. Il neo-presidente Usa, Joe Biden, ha più volte promesso un ritorno al multilateralismo dopo gli strappi dell'era Trump. «L'approccio muscolare e divisivo di quest'ultimo ha inferto colpi decisivi alle relazioni diplomatiche multilaterali. Queste vanno oltre il tema del disarmo nucleare ma, probabilmente, in nessun altro campo sono così necessarie. Penso alla dismissione del Trattato dei missili nucleari a raggio intermedio, che ha rappresentato una pietra angolare nell'architettura di sicurezza europea.

Il presidente Biden ha mostrato la volontà di tornare a una strategia di cooperazione. Start Sul piano degli accordi regionali, anche questi compromessi dall'Amministrazione Trump, Biden potrebbe aderire nuovamente all'accordo sul nucleare iraniano. E avviare, come annunciato una campagna concertata e strategica – con i suoi alleati e non, compresa la Cina – a favore di una Corea del Nord denuclearizzata», ha ribadito il cardinale Tomasi.
Oltre ai grandi, poi, cresce l'impegno della società civile contro il nucleare. In base all'ultimo sondaggio di Ican, in Belgio, Spagna, Islanda e Danimarca oltre l'80 per cento della popolazione sostiene il divieto. In Italia addirittura l'87 per cento. Da qui la forza della campagna Italia ripensaci, guidata da Rete italiana pace e disarmo (Ripd) e Senzatomica. «Prevediamo un percorso di passi positivi verso questo obiettivo.

Per prima cosa verrà presentata un'interrogazione parlamentare perché il nostro governo partecipi, come osservatore, alla prima conferenza degli Stati aderenti al bando – spiega Francesco Vignarca, coordinatore di Ripd –. Chiederemo anche una partecipazione effettiva ai programmi umanitari a favore delle vittime di test nucleari previste dal Trattato».


Lucia Capuzzi
NP febbraio 2021

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