Chiamali per nome!

Date 05-09-2022

por Matteo Spicuglia

Non vittime, ma persone. Perché la morte non sia un luogo comune.

Vanda Obiedkov aveva 91 anni. Sopravvissuta all'Olocausto, era convinta che prima o poi se ne sarebbe andata nel suo letto, circondata dall’amore dei suoi cari. È morta ad aprile in uno scantinato di Mariupol, al freddo, senza cibo e acqua. «Mia mamma non meritava una morte simile», ha detto la figlia Larissa che oggi non si dà pace.

Anche Yelyzaveta e Sonia abitavano a Mariupol. Erano due attrici bambine, una passione smisurata per il teatro. Avevano avuto una parte anche in una commedia ispirata alla saga fantasy de Le cronache di Narnia. Sono morte in un giorno imprecisato dell’assedio. I loro corpi non sono stati mai trovati.

Lyudmyla era un’insegnante in pensione conosciuta da tutti a Bucha. Ex allievi e vicini la chiamavano zia Lyuda: una donna affabile, sempre con il sorriso. I russi l’hanno uccisa la mattina del 5 marzo mentre apriva la porta di casa. Così sua sorella Nina, disabile. Il suo corpo è stato ritrovato in cucina.

Roman e Serhiy erano due fratelli di 43 e 46 anni. Tuttofare, sempre a disposizione, soprattutto Roman che di lavoro faceva il fabbro. Avevano portato le famiglie lontane dal paese per metterle al sicuro. Loro però erano rimasti per non lasciare solo il cane e controllare le case di famiglia. Sono morti così, raggiunti da colpi di arma da fuoco: i corpi abbandonati in giardino.

Durante l’occupazione russa dei sobborghi di Kiev, la vita è stata terribile anche per la famiglia di Volodymyr. Vietato uscire, niente cibo e acqua, zero riscaldamento. Il 4 marzo, Volodymyr aveva provato a chiedere aiuto ai vicini. «Abbiamo del pane, passa a prenderlo». Inutili i tentativi della madre e del fratello di non farlo andare. «Cosa vuoi che succeda, starò attento!». Pochi secondi. I vicini sentono degli spari. Il corpo di Volodymyr steso sul selciato.

Sempre a marzo, Tatiana e i suoi genitori avevano trovato una strada sicura per andare ad assistere i nonni e procurarsi un po’ di cibo. Il percorso era appartato, attraverso i boschi e i binari della ferrovia. Impossibile dare nell’occhio. Effettivamente per dieci giorni non ci furono problemi. Ma il 24 marzo, ecco un rumore assordante proprio a pochi metri da casa. «Un colpo fortissimo», dice Tatiana. «Siamo finiti tutti a terra. Mia mamma è rimasta in silenzio. L’ho chiamata, non si è mossa. Poi ho visto il sangue».

La signora Sukhenko aveva 50 anni, suo marito Ihor 57, il loro figlio Oleksandr 25: persone tranquille, stimate da tutti. I loro corpi sono stati ritrovati in una fossa. Passati sotto le armi. Senza un perché.

Nessuna spiegazione nemmeno per la morte di Alisa che a giugno avrebbe compiuto otto anni. Si trovava nell’asilo di Okhtyrka, colpito da un razzo contenente bombe a grappolo.

Polina invece frequentava l’ultimo anno di scuola elementare a Kiev. È stata uccisa con i genitori a colpi di arma da fuoco in strada. Erano a bordo della loro automobile, crivellata in uno dei tanti blitz delle forze speciali russe.

Quante morti potremmo aggiungere a quelle di Vanda, Yelyzaveta e Sonia, di Lyudmyla, Roman e Serhiy, di Volodymyr e Tatiana, della famiglia Sukhenko, di Alisa e Polina! Quante! L’assurda contabilità della guerra è un abisso: intercettare le mille e mille storie di dolore e nonsenso è come cercare un ago nel pagliaio. Eppure, ogni vittima è un volto, è una storia. Quando possiamo farlo, chiamiamole per nome. Non dimentichiamole!

Difendiamo fino alla fine la dignità di chi non c’è più. Perché quando la morte diventa un luogo comune, finisce l’amore...

Matteo Spicuglia

NP Maggio 2022

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