Costruire la storia

Date 01-11-2014

por Giorgio Ceragioli

Cimitero monumentale di Milanodi Giorgio Ceragioli – La ricorrenza dei morti è occasione per andare a trovare i nostri defunti e pregare. Eravamo quasi soli in uno dei tanti campi del cimitero di Torino e il pensiero è andato agli anni passati, e l'angoscia del distacco è montata, e la paura della morte si è fatta viva, sensibile fra le tombe, il parlare sommesso, i grandi cipressi, l'aria immobile a conservare il silenzio. Eravamo poi andati alla funzione di ricordo per i defunti in un piccolo camposanto di campagna e avevamo pregato insieme al prevosto e ai molti là raccolti che, spesso, non vanno più a messa, ma che per i morti pregano; per i morti rassettano con cura le tombe, spianano e rastrellano la terra, puliscono i vecchi marmi di gente ormai sconosciuta. E ci siamo commossi al pensiero di questa continuità della vita, di questa continuità anche biologica che riesce a superare il tempo, l'imputridirsi della terra, il disfarsi dei corpi di chi amavi. Mia figlia mi ha chiesto che cos'è l'indulgenza plenaria di cui parlava quel prete di campagna e allora ho ricapito qualcosa che il tempo aveva un po' accantonato in un canale nervoso dimenticato fra le migliaia che ha il nostro cervello.

Perché andiamo al cimitero? Se è per commuoverci e piangere siamo ben sciocchi. Se è solo per pregare potremmo farlo anche in chiesa. Se è per formalità, faremmo meglio ad andare al cine.
È per qualcosa di più complesso, di più importante, di più entusiasmante. Vogliamo ristabilire, anche sensibilmente, la continuità con i nostri; da questa trarre impulso alla preghiera; con questa aiutare loro e noi, nella certezza della fede, nella comunione dei Santi.
Ma, allora, pregare serve, andare al camposanto anche. Non è una formalità da galateo delle buone maniere.

Se prego, il Signore mi ascolta; qualcuno ne avrà un beneficio; un po' di amore e di servizio accompagna questa preghiera e giunge a qualcun altro: il flusso dell'amore passa attraverso le mie parole. Non solo. Questo flusso parte da me e non va verso il futuro, ma verso il passato, mi ricollega alla storia, cambia il destino di cose già successe, forse, nello stesso luogo dove sto scrivendo adesso queste righe, decine, centinaia di anni or sono.
Riporto amore sul passato, partecipo alla costruzione della storia futura, mi inserisco nel flusso dell'amore manifestatosi nella creazione. Mi pare entusiasmante e mi pare che completi il compito che l'uomo ha come continuatore dell'opera creatrice di Dio. Si collabora alla costruzione del mondo non solo con la tecnologia, con l'impegno politico e sociale nell'oggi, con la testimonianza religiosa di una fede vissuta. Si collabora anche intrecciando una rete di solidarietà col passato, rivivendo i tempi di Giulio Cesare, delle piramidi egizie, della preistoria; parlando ad un gladiatore colpito dalla spada; stando vicino allo schiavo morto mentre trascinava un enorme blocco di pietra; assistendo la solitudine del cacciatore nudo e impotente con la sua ascia di pietra contro la forza di un tirannosauro affamato.

Sono tranquillo.
Mi sono lasciato andare a credere, a volte, che per amare bisognasse cercare di diventare deputati e si dovesse essere capaci di guidare una rivoluzione o si dovesse essere necessariamente dei grandi scienziati: e io sarei stato tagliato fuori, sarei stato certamente sconfitto. Ho capito, e ne ringrazio la domanda di mia figlia, che anch'io posso far qualcosa. Perché posso pregare. Perché quando sono stanco posso offrire la mia stanchezza a suffragio di Napoleone, Churchill, Stalin ed essere un po' vicino alla loro storia. Perché quando sento nelle ossa gli anni che avanzano so che questi anni potranno essere ricchi come quelli giovanili, anche più di essi se ne sarò capace con la grazia del Signore: basterà che mi unisca al flusso della storia modificandolo con la mia preghiera, se offerta umilmente da un servo debole ed inutile. Perché, allora, anche le piccole cose di ogni giorno sono arricchite, hanno significato, possono servire. Se serve la sofferenza di un malato, servirà anche il lavoro di un impiegato, specie se cerca di farlo bene; servirà anche il mio sforzo di professore; l'impegno del politico; la dedizione della suora.

Allora gli anni non riusciranno, da soli, senza la nostra collaborazione, a rendere opaca la vita.
Allora il mandato di costruire l'amore, di modificare la storia, può essere assolto da tutti, anche da chi non ha mai lasciato un letto, anche da chi testimonia la vita solo vivendola nella sua condizione di handicappato, di tronco umano senza psiche visibile.
E sarà lui, o Napoleone, o nonna Sandra che per trent'anni ha tenuto un'osteria a Porta Palazzo, ad avere più amato, più costruito, più vissuto?
Solo dopo la morte lo sapremo, ma sin d'ora si accettano previsioni, impegni, dibattiti, scommesse.

Giorgio Ceragioli
tratto da NP

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