Gli intoccabili

Date 28-09-2020

por Corrado Avagnina

Scrivo all’indomani della memoria di san Rocco che fu protagonista, nella seconda metà del XIV secolo, di scelte coraggiose in stile francescano, mettendosi in pellegrinaggio da bohemienne evangelico, partendo da Montpellier verso Roma, sostando a più riprese sul suolo italico, per soccorrere i colpiti dalla peste, fino a risultare contagiato dal terribile morbo.

La biografia di san Rocco è in debito di una buona porzione di attendibilità storica documentata, anzi incrocia anche un po’ di colorite leggende dal forte impatto popolare. Ma l’essenziale della sua testimonianza è fuori discussione. Innumerevoli sono le chiesette dedicate a questo santo, collocate spesso alle porte dei paesi, quali sentinelle ideali nel fermare virus aggressivi per le comunità.

Su la Repubblica, Rocco è stato un po’ reinterpretato da Marino Niola con una forzatura suggestiva come “il virologo di Dio”. Un giovane di oltre sette secoli fa che – poco più che ventenne – si spese senza soste tra gli appestati, morendo poi senza giungere ai trent’anni.

Ma scrivo nei giorni in cui ai giovani di questo 2020 viene chiesta una responsabilità esplicita e consapevole, a fronte dei rischi di contagio che l’estate vissuta un po’ senza freni e senza precauzioni mette in campo. In discussione ci sono le discoteche, le movide, le serate da sballo… nei giorni del solleone.

Mentre il Covid-19 continua ad insinuarsi e ad assediare, qua e là, alimentato in larga misura dal trasmigrare di giovani appunto che si spostano da un lido all’altro, da un’isola all’altra, da una meta vip ad un’altra al top… Magari sbandierando a microfoni aperti che il «Coviddi non esiste», nell’euforia di sentirsi presuntuosamente intoccabili.

Non è il caso di assumere pesanti toni predicatori per bocciare questi atteggiamenti, già squalificati e squalificanti di per sé… C’è solo da recuperare un’avvedutezza che non si può scansare a nessuna età, in quest’ora di emergenza mai vista prima, sul terreno infestato di coronavirus. In gioco c’è la propria salute e c’è la salute dei propri cari e dei propri amici.

Tutto può precipitare di colpo per leggerezze imperdonabili. Mentre chi è impegnato nella risposta sanitaria è di nuovo sotto pressione a più non posso. E bisognerebbe ricordarsene, senza troppa sbadataggine, mentre si fa vacanza...

Certo, c’è un verbo che andrebbe coniugato senza drammi o rimpianti. È il verbo “rinunciare”, quando in alternativa la posta in gioco è troppo alta come la salute propria ed altrui. Insomma “rinunciare” al rinunciabile.

È possibile, è un passo nella maturità, è un gesto di concreta solidarietà. Indubbiamente bisognerà pensare a settori lavorativi che sono penalizzati dal “rinunciare” a porzioni di divertimenti che non sono strettamente indispensabili.

Occorrerà farsene carico. Ma la salute viene prima di tutto. Capire tutto questo non è rinviabile.

La salute è la posta in gioco più importante.

Corrado Avagnina

NP Agosto/Settembre 2020

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