ISRAELE: a pochi passi dal confine…

Date 31-08-2009

por Redazione Sermig

La nostra amica Angelica Calò Livnè, da poco rientrata in Israele dopo un viaggio in Italia, ci ha inviato questi due contributi dalle zone di guerra al confine col Libano.

 

Miei cari, 
sono tornata mercoledì dall'Italia da un viaggio a San Marino e in Toscana con 18 ragazzi israeliani feriti negli ultimi attentati. Un viaggio difficile e magico tra boschi e piazze con ragazzi induriti dalla paura e dalla mancanza di speranza. Davanti al chek-in a Verona, una telefonata da Israele: "Mamma, non preoccuparti, tutto a posto! Stiamo tutti bene!!!".

È mio figlio Yotam, comandante nell'esercito. "Ma che stai dicendo? Che succede?" rispondo subito agitata. "Non hai sentito nulla? Hanno rapito due nostri ragazzi… ne hanno uccisi sette, qui vicino... ti ho telefonato perchè temevo che sentissi le notizie prima della mia voce!!!".

Il cuore comincia a battere. Passiamo i controlli. La testa è in subbuglio come un vulcano. I volti dei passeggeri sull'aereo della Israir sono tesi: "C'e tensione in Israele... dalle vostre parti!" mi dice qualcuno. Abito al Kibbuz Sasa, in Galilea, a 900 mt d'altezza. Dalla mia casa si vede il Libano e se si sale su in cima si vede anche la Siria. All'arrivo tutti mi consigliano di restare a Tel Aviv ma io ho un figlio sul confine. che devo andare. Eppoi la mia casa è la!! Dopo due giorni prendo le mie cose e me ne vengo in Galilea!
 

Per la strada mando un sms dopo l'altro a Yotam. Finalmente dopo il quarto tentativo mi risponde. Da 35 giorni non è andato a casa. "Ma come fai a cambiarti, a lavarti?". "Mamma, fossero questi tutti i nostri problemi! Non preoccuparti! Se volete potete venire a salutarmi per cinque minuti!". Non ce lo facciamo ripetere, ci fermiamo a comprare qualche bottiglia di succhi di frutta e nel villaggio druso di Horfeish compriamo le Sambusak, delle pagnottelle con formaggi e aromi tipici orientali. Ci sono una ventina di ragazzi con lui... le compriamo per tutti.

Quando arriviamo è buio. L'abbraccio è lunghissimo e lui, con la sua solita calma ci racconta le vicende terribili degli ultimi giorni: gli hezbollah hanno intrapreso un guerriglia senza pietà. Ci sono trappole dappertutto ma tutti i ragazzi sono pronti a difendere la propria casa in Galilea, a Haifa, ad Afula e se ce ne sarà bisogno a Tel Aviv. Tra i suoi soldati ci sono ragazzi che vengono dall'America, da diverse parti del
mondo. I genitori sono preoccupati. Hanno chiesto loro di tornare. Sono ragazzi di 18, 20 anni, dilaniati tra il senso della responsabilità per questo Paese che ha bisogno di ognuno di noi e l'affetto verso i propri cari. Lo salutiamo. Gli occhi gli brillano nel buio!
 

Quando arriviamo al kibbuz (Sasa n.d.r.) è tutto deserto. Entriamo nel rifugio davanti
a casa nostra - l'unico posto dove c'è una luce - all'interno ci sono più di 50 persone. Alcuni ragazzi giocano a Risiko, altri vedono la TV, alcuni siedono in silenzio, gli occhi cerchiati: "Ma perchè non sei rimasta a Tel Aviv? Perchè non sei rimasta in Italia?". Sorrido perchè ancora non mi rendo conto. Verso le 21,00 iniziano i bombardamenti. Dalle due parti. La testa sembra scoppiare. Non c'è un bambino in giro. Sono stati
invitati tutti in un kibbuz vicino a Gerusalemme, stavolta sono loro del Sud ad accogliere noi e ad aiutare. Continua così per tutta la notte. Il responsabile della sicurezza avverte che si deve dormire nei rifugi anche se le nostre case sono fortificate.
 

Ci risiamo. Siamo di nuovo in guerra. Un'altra di quelle guerre che non vogliamo, che non abbiamo cercato, che non abbiamo provocato. È luglio. Siamo già pronti per cogliere le mele, i kiwi, qui, nei nostri frutteti sul confine con il Libano. Siamo pronti a dare lavoro a chi vorrà aiutarci, siamo pronti ad aiutare a costruire case, qui, sul confine con il Libano e su tutti gli altri confini... e allora, e allora Santo Cielo... perchè
entrare, scavalcare il recinto e ucciderci a tradimento, a sangue freddo sette padri di famiglia che erano stati richiamati all'esercito, perchè siamo così pochi che da noi oltre a tre anni di militare obbligatorio si fanno anche le riserve… Perchè rapire due innocenti e far sparire le loro tracce? Perchè non impegnarsi a costruire invece di distruggere tutto? Perchè i capi dei popoli che ci circondano non aiutano la loro gente a vivere una vita tranquilla, a costruirsi un Paese tranquillo. Perchè, come dice
Nasralla, questa gente ama la morte più di quel che noi umane e comunicreature di Dio, amiamo la vita? Prepariamoci a un'altra notte.
Vi abbraccio e vi ringrazio del vostro affetto!

Angelica Edna Calò Livnè
(Fondatrice del "Teatro Arcobaleno" e della Fondazione "Bereshit la Shalom")


Nel rifugio antiaereo…

Nel rifugio c’e’ un odore difficile da sopportare… ma il fragore dei razzi è ancora più insopportabile! Siamo seduti tutti insieme, gente di tutte le età e cani di tutte le grandezze e di tutti i tipi. “Tiger era sull’orlo dell’infarto” dice Orna, la mia vicina, insegnante di ginnastica e istruttrice di fitness nel kibbuz, mentre accarezza con gli occhi lontani il suo cagnolino che trema ad ogni esplosione.

Non ho il coraggio di dirle che mi manca l’aria a dormire oltre che con tutti gli altri vicini anche con i cani di tutte le famiglie che hanno lasciato il kibbuz verso il centro di Israele. Nel kibbuz c’e un rifugio ogni cinque case ma il nostro è il più bello e il più organizzato di tutti: lo abbiamo ricevuto in dotazione due anni fa per trasformarlo in ufficio per la nostra fondazione “Beresheet LaShalom - Per educare al dialogo attraverso le arti”. Ci sembrava avesse del miracoloso organizzare attività per la pace in un rifugio antiaereo e il paradosso ci era sembrato di buon auspicio.
 

Ora a vedere queste facce scoraggiate circondate da foto di spettacoli interpretati da ragazzi ebrei e arabi, magliette appese alle pareti con su scritto “Anche io ho preparato il pane della pace” e articoli di giornali in tutte le lingue che descrivono la sensazione di speranza che queste attività risvegliano nei cuori mi sembra che il paradosso si tramuti in beffa. In molti mi hanno detto che sono una visionaria, che la pace non ci sarà mai. Esco e vado in cima alla collina, accanto alla torre dell’acqua.


Davanti a me si snoda la strada che delinea il confine. Ad ogni boato un sussulto e una preghiera. Dopo ogni esplosione si vede una nuvola di fumo. Ci stanno mandando razzi dal Nord e dal Sud e Israele ha deciso di difendersi fino in fondo! Sulla strada passano camionette e jeep con ragazzini di vent’anni che fantasticano sul momento in cui riabbracceranno la ragazza. 25 anni fa, sussurravo a Gal che portavo in ventre: “Tuo padre tornerà, usciremo presto dal Libano e sarà la pace… E tu non dovrai indossare la divisa, perchè le guerre non ci saranno più!". Siamo usciti dal Libano, e anche da Gaza. E questa guerra non finisce mai!!!

Angelica Edna Calò Livnè

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