La crisi del sistema

Date 03-04-2021

por Anna Galvagno

L'esodo dal Libano: il futuro di un paese in fuga di cervelli.

 

Quando penso alle mie conversazioni con i giovani libanesi, è difficile non associarle al desiderio di andare all’estero, e al sentimento condiviso di frustrazione per la situazione economica, politica e sociale. Mi sono sentita vicina alle loro idee, perché in fondo siamo tutti un po’ “migranti economici”: non serve essere in un Paese in guerra per voler cercare altrove una migliore qualità della vita, migliori servizi di base, o banalmente la prospettiva di una carriera migliore. Ma per il Libano la questione è più complessa. Per affrontarla, un gruppo di intellettuali libanesi si è riunito lo scorso 17 dicembre in un dibattito organizzato dalla Fondazione Konrad Adenauer Stiftung di Beirut.

Dietro la più grande fuga di cervelli dal Libano dai tempi della guerra civile, emerge prima di tutto la dimensione individuale. Il neuroscienziato Albert Moukheiber introduce un concetto che si chiama “impotenza appresa”, ovvero un “comportamento esibito da un soggetto dopo aver sopportato ripetuti stimoli avversi al di fuori del suo controllo”. Le persone sono così abituate a pensare di non poter controllare o cambiare le cose, che anche quando si manifestano delle opportunità realirispondono con espressioni di resa e passività come «questo è il Libano», «è una situazione più grande di noi», «potrebbe andare peggio» o ancora «il cambiamento richiede generazioni». Di conseguenza, l’individuo in tempi di crisi ripetute inizia ad agire solamente con le proprie motivazioni, senza pensare alle motivazioni della comunità. L’impotenza appresa porta alla mancanza di azione collettiva, e a un diradamento dell’interazione sociale e comunitaria.

C’è poi la dimensione politica. Soprattutto i più istruiti e talentuosi si sentono governati da persone senza visione, con idee stantie e superate, ancorate alle vecchie dinamiche clientelari, religiose e settarie proprie della guerra civile. «L’ostacolo davanti al nostro futuro è il nostro passato», afferma l’illustratore e fumettista Bernard Hage. Non c’è stata, dopo la guerra, una vera e propria riconciliazione delle parti e una laicizzazione delle iniziative politiche ed economiche.

Viene percepita una disfunzione generale del sistema-Libano dovuta, da un lato, alla mancanza di comunicazione verticale: le persone che possono offrire soluzioni non hanno accesso al tavolo delle decisioni. Questo è intrinseco a un sistema politico paternalistico (il presidente del Libano in effetti si considera “il padre di tutti i libanesi”) e al diffuso clientelismo nell’assegnazione delle cariche pubbliche, che non premia il merito. L’altra disfunzione è nel coordinamento orizzontale della società civile: il risultato delle tante azioni che partono dal basso è marginale perché non c’è una struttura solida che consenta ai benefici di propagarsi a tutto il sistema.

Per immaginare un futuro, bisogna ridurre il divario tra l’intenzione e l’azione. «La resilienza e la pazienza, di cui noi libanesi andiamo tanto fieri» commenta l’ex parlamentare Elias 

Hankhash, «ci stanno distruggendo. Non dobbiamo più accettare di sopportare le conseguenze di un cattivo governo e dobbiamo essere più coraggiosi nelle nostre scelte. Quando votiamo, dobbiamo puntare sul merito e sulla capacità invece che sull’affiliazione partitica, religiosa e settaria». Ma oltre alla politica, è importante dare ai giovani mezzi economici concreti: la fondazione Konrad Adenauer ha creato una piccola accademia dell’imprenditorialità, dove i giovani possono fare network, studiare e specializzarsi soprattutto in ambito digitale. Delle iniziative di snellimento e digitalizzazione della burocrazia potrebbero incentivare la creazione di nuove start-up e l’innovazione. Se le opportunità, soprattutto nel terzo settore, saranno meglio esplorate, forse i giovani libanesi torneranno a scegliere il loro Paese.

 

Anna Galvagno

NP gennaio 2021

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