La legge è uguale per tutti?

Date 02-05-2022

por Max Laudadio

Il racconto emozionante di una visita rimandata per oltre due anni

Sono passati due anni dal nostro ultimo incontro. Quel giorno non sapevamo ancora che sarebbe arrivata una pandemia mondiale che avrebbe stravolto le nostre abitudini. Ci siamo salutati con l'amore di sempre, con i soliti sorrisi, gli abbracci, le carezze, e con ogni gesto che ci permettesse di raccontare la nostra complicità.

Rosella ripeteva con insistenza la stessa domanda: «Quando tornate?» e poi cercava la mia mano come a volermi trattenere. Mario, leggermente in disparte, attendeva che i miei occhi incrociassero i suoi e, quando accadeva, sussurrava di scattare l'ultima foto ricordo della giornata, e ha continua[1]to a ripeterlo fino al momento in cui, io ed Elisa, abbiamo oltrepassato con l'auto il cancello del parcheggio. Rosella, Alessandra, Vittoria, Teresa, Roberto, Raffaella e Antonello, come fossero bambini, continuavano a mandarci baci da dietro le finestre opacizzate dai loro respiri. Per dimostrare che li vedevo, ho ripetutamente suonato il clacson, finché abbiamo imboccato la strada nel bosco e la casa di accoglienza che li ospita è sparita dal mio specchietto retrovisore. Amo andare alla Comunità del Sorriso di Cuasso al Monte, è un luogo magico, non solo per la sua ubicazione all'interno di uno dei faggeti più belli del Parco delle 5 Vette, ma principalmente perché dai suoi ospiti ricevo sempre tanta bellezza. La Comunità si occupa di disabilità cognitive e accoglie otto pazienti adulti in maniera stabile. È semplicemente una grande famiglia allargata della quale io ed Elisa, una mia carissima amica, oramai ci sentiamo parte.

Quando andiamo a trovarli, parliamo, giochiamo, cantiamo, balliamo, ridiamo e scherziamo, e credetemi le ore passano così veloci che ogni volta mi accorgo di aver stravolto gli appuntamenti della mia agenda solo dopo essere uscito da quella casa. Purtroppo il Covid ha penalizzato anche loro, e forse molto di più di quanto si possa pensare. Perché se è vero che oggi una delle più grandi preoccupazioni degli addetti ai lavori su questo tema è il futuro danno psicologico che potrebbe coinvolgere gran parte della popolazione, immaginatevi cosa potrebbe accadere a pazienti già patologici, per i quali lockdown è ancora in corso. E mentre noi litighiamo su temi come il vaccino, la mascherina, la libertà violata, la dittatura sanitaria, i miei amici della Comunità del Sorriso, come tanti altri in migliaia e migliaia di comunità dislocate nel nostro Paese, come anche gli anziani nelle RSA, non possono uscire, se non in casi veramente eccezionali. Proviamo a immaginare di dover subire noi un trattamento così, e per di più senza poter dire niente. Come ci sentiremmo? Cosa penseremmo? Che danni potrebbe causare al nostro corpo e alla nostra mente? Essere un disabile cognitivo, o un anziano poco indipendente, non vuol dire non avere sentimenti, anzi molto spesso è proprio il contrario, e per questo soffro al solo pensiero che queste persone siano costrette a subire un trattamento così estremo per colpa di altri. Non voglio polemizzare con chi, senza nessuna competenza, esorta a non vaccinarsi, o con chi crede che la mascherina sia un'inutile imposizione, o chi pensa che sia tutto un complotto, o chi addirittura non riconosce l'esistenza del Covid, e la polemica non la vorrei sollevare nemmeno con chi è vaccinato dimenticandosi che il mondo non finisce fuori dal giardino di casa, ma è evidente che tutte queste categorie di persone hanno sintomi comuni, la cui origine appartiene a un virus ancora più pericoloso del Covid che si chiama egoismo. La legge è uguale per tutti?

Ho trattato in altri articoli l'egoismo e non voglio essere ripetitivo ma permettetemi di farlo solo con una frase: libertà significa fare la scelta giusta e non fare sempre quello che ci pare. Tornando ai miei amici della Comunità del Sorriso, fortunatamente quest'anno, in prossimità del Natale, la direzione ha concesso loro una veloce merenda intorno alla pista di pattinaggio allestita in paese per le festività. Un tè, una fetta di pandoro, un po' di musica e nient'altro ma più che sufficiente per far vivere loro un pomeriggio speciale.

Sono arrivati sul pulmino della Comunità e, come ogni volta che girano a piedi per il paese, camminavano vicini uno all'altro, come se insieme si facessero forza, e piano piano mi hanno raggiunto. Ho letto gioia in ogni sguardo e tanta felicità nel rivederci. Mario c'ha chiesto decine di foto, Rosella ha preteso che le raccontassimo cosa avevamo fatto nel tempo in cui non ci siamo visti, Alessandra rideva sempre, come Teresa, Raffaella, Vittoria. Roberto invece non l'ho mai visto ridere, non è mai stata una sua caratteristica, ma i suoi sguardi raccontavano tutta la sua contentezza. Abbiamo fatto merenda, e poi abbiamo ballato, azzerando immediatamente ogni ora di distacco tra noi, e ripartendo dal quel pomeriggio di due anni prima come se fosse la cosa più normale del mondo. Ogni tanto qualcuno sottolineava che il regalo più bello per questo Natale sarebbe stato far sparire per sempre il Covid, così da permettere loro di poter continuare a ballare, o anche semplicemente perché volevano tornare in paese un'altra volta. Mario ci ha salutati chiedendoci se avremmo fatto stampare le foto e Rosella ha prenotato una copia di tutte. Non ci siamo abbracciati ma lo avremmo voluto fare.

La vigilia di Natale abbiamo mantenuto la promessa e nel pomeriggio siamo apparsi nel giardino della Comunità. Non siamo potuti entrare: noi fuori, loro dentro. Ci siamo fatti gli auguri attraverso i vetri delle finestre. La prima che c'ha visto è stata Rosella, ma dopo pochi secondi i vetri non avevano più spazio per accogliere gli altri curiosi. Nonostante la sensazione di vederli vivere come fossero in un acquario, siamo riusciti a mostrare loro il piccolo album fotografico che avevamo preparato con tanta cura, e non c'è parola che possa descrivere l'emozione che ci hanno trasmesso.

Rosella ci ha chiesto quando saremmo tornati. Mario di scattare l'ultima foto. Tutti gli altri hanno continuato a mandarci dei baci, soffiando addirittura sulla mano per far si che questi ci raggiungessero, e lo hanno fatto finché la macchina non è uscita dal cancello. Ho suonato più volte il clacson per salutarli ancora una volta e poi abbiamo imboccato la strada nel bosco, colmi di nuova bellezza.

Proviamo a immaginare di dover subire noi il trattamento riservato agli ospiti delle comunità e delle RSA senza poter dire niente. Come ci sentiremmo?

Libertà significa fare la scelta giusta e non fare sempre quello che ci pare

Max Laudadio

NP Gennaio 2022

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