Quando la giustizia arranca

Date 12-11-2012

por Vincenzo Andraous

di Vincenzo Andraous - Nelle classi scolastiche i più giovani non sanno nulla o quasi dell’istituzione carcere, della pena, della privazione della libertà, se non quanto viene loro propinato da film, fumetti e cronache spesso riduttive.

Le persone mature, gli agenti sociali responsabili, forse ne sanno qualcosa di più. Dico forse perché sono oppressi dall’insicurezza: da una parte la precarietà lavorativa e ideale, dall’altra la scarsità di fondi e di interventi, che spostano l’attenzione dove non c’è luce per meglio vedere.
Eppure in questo Paese dei balzelli dialettici, della semiologia a effetto, degli ermetismi che privilegiano i suoni alle verità, sarà meglio riflettere sul dentro e sul fuori che avvolge il pianeta sconosciuto. Su quel dentro privo di utilità, di uno scopo condivisibile che non consente di rimanere avvinti alla speranza, su quel fuori accettabile di intenti e di fatiche partecipate.

Il carcere non è un castello di parole, di ideologie vetuste, superate dal tempo e dalla storia, è ben altro di più importante. Non solamente il perdono o la compassione che vorremmo incontrare e neppure la vendetta di rimando al male ricevuto. Non è violenza da accettare né da fare. Il carcere è pratica di revisione, di mutamento, di un nuovo stile di vita quale unica garanzia per una maggiore tutela sociale. Dentro e fuori, un connubio che permea la libertà di ogni persona di riparare al male fatto, che impegna il consorzio sociale ad accogliere uomini finalmente migliori.
Occorre analizzare il carcere per interrogarsi sullo stesso esercizio della giustizia, non basandoci esclusivamente su una violenza opposta al delitto, al diritto violato attraverso un mero male imposto, ma affidandoci all’equità di una pena giusta perché dignitosa e di una prevenzione che non umilia la necessità del reinserimento del condannato, affinché non abbia a ripetere gli stessi identici errori.

Occorre parlare di carcere, di regole che vanno rispettate, del dazio eventualmente da pagare, consapevoli di quanto il nostro comportamento comunichi più di mille parole. Occorre farlo per riuscire a capire l’utilità e il fine specifico della pena, per scoprire cosa c’è dietro quel muro di cinta: certamente le ingiustizie perpetrate da tanti uomini in colpa, ma anche le loro esistenze, i volti, le speranze disarmanti, le disperazioni dilacerate, in un dentro inteso come una normale sindrome sociale, e fuori da una normale analisi sulla condizione del detenuto, in una altrettanto normale ingiustizia ordinaria.
Il meccanismo della manipolazione del sentire cosa è giusto o no, legittimo o illegale, morale o blasfemo, è pratica di tutti i giorni per non avvalorare l’importanza di elevare il livello di legalità e civiltà non soltanto dell’apparato penitenziario, ma dell’intero Paese.

Occorre parlare della disumanità che avanza, della richiesta di giustizia che spesso arranca. Bisogna farlo per non farci travolgere dal dolore degli accadimenti, dalla sofferenza delle tragedie, dall’indifferenza verso la morte. Il carcere deve potersi riappropriare di autorevolezza e dignità, per rispetto della vittima del reato, e di chi attraverso questa esigenza di giustizia scopre la possibilità di cambiare la propria esistenza indirizzandola verso il reinserimento nella realtà sociale, quale unico percorso possibile in cui si riducono sensibilmente i rischi di coinvolgimento in attività delittuose.

da UNA RUBRICA OLTRE LE SBARRE  

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