Ragioni e torti

Date 05-01-2021

por Nello Scavo

Le guerre non finiscono mai il giorno in cui si smette di combattere. Ragioni e torti non restano sul terreno, ma continuano a combattersi propalando il bene e il male a distanza di anni e di latitudini. Prendiamo i Balcani. «Così tante mo­schee, tutte nuove e anche molto belle non le avevo mai viste». L’espressione di sorpresa di un profugo yemenita, abituato ai minareti e ai muezzin, spie­ga bene l’avanzata dell’islam wahhabita nella penisola balcanica, dove i pon­teggi intorno ai centri di culto fanno ombra ai villaggi sgarrupati dei poveri contadini. Il “Balkan Caliphate” non è più il trascurabile vaneggiamento di qualche predicatore radicale. Per quanto improbabile, l’incubo di un Daesh alla porte d’Europa si materia­lizza ogni volta che un imam in Mace­donia o Kosovo viene arrestato.

Le autorità, di solito, minimizzano per rassicurare l’opinione pubblica e gli investitori esteri. Ma le operazio­ni antiterrorismo raccontano un’altra storia. La roccaforte dell’integralismo islamico resta Gornja Maoca, villaggio nei pressi di Brcko, nel nord est della Bosnia. Uno dei fondatori della comu­nità, Nusret Imamovic, due anni fa si è recato in Siria e oggi è uno dei co­mandanti del Fronte al-Nusra. Tutti i sospetti terroristi arrestati negli ultimi anni abitavano o si recavano spesso a Gornja Maoca. Gran parte dei “pelle­grini” sono originari del Sangiaccato, regione della Serbia e del Montenegro. In certi villaggi la shaaria viene tolle­rata dalle autorità e applicata al chiuso delle case. La presenza di gruppi radi­cali islamici in Bosnia, dove il 40% dei 3,8 milioni di abitanti sono musulmani – in larga parte seguaci di un islam che non si concede intemperanze – non è un fenomeno recente. Durante la guer­ra di Bosnia (1992-95) alcune centina­ia di volontari arabi e islamici arriva­rono nel Paese per combattere a fianco dei musulmani bosniaci. Alla fine del conflitto, con l’inizio della missione di pace Nato guidata nel settore nord di Kosovska Mitrovica (nord del Ko­sovo) – abitato da popolazione serba cristiana e contrapposto alla parte sud abitata da kosovari di etnia albanese musulmana – sono apparse scritte in­neggianti allo stato islamico su edifici e case abitate da serbi. Non sono segnali da trascurare.

A parti invertite, poco più a sud, ci sono gli autoproclamati difensori di un cristianesimo di cui i Vangeli non par­lano. Succede, ad esempio, in Bulgaria. Un lottatore, sbucato da dietro un ce­spuglio, si avventa su un profugo scari­candogli una serie di pugni che in po­chi secondi trasformano il disgraziato in una maschera di sangue. Si sentono urla, donne che implorano pietà in una lingua che nessuno comprende. Poi la videocamera del telefonino di un complice si sposta su undici persone distese: «Se vi muovete ammazziamo uno di voi». Non c’è niente di illega­le, se questo accade in Bulgaria. Delle associazioni venatorie si sapeva. Ma qualcosa nella crudele caccia ai profu­ghi che ogni giorno va in scena lungo i confini con la Turchia e, a Nord, verso Romania e Macedonia, non tornava.

Periodicamente gruppi di migranti vengono arrestati da quelli che non sembravano essere dei cacciatori in­cidentalmente finiti sulla rotta dei fuggiaschi siriani. Sono uomini di Dinko Valev, un lottatore semipro­fessionista, a capo di alcune forma­zioni paramilitari che pattugliano la boscaglia. Valev è stato denunciato. Ma non fermato. Con il pretesto della «protezione dei confini», i sorveglian­ti irregolari consegnano alla polizia i profughi entrati illegalmente, ma trattengono ogni loro bene: cellulari, tablet, vestiti, documenti, e centina­ia di dollari. Il primo ministro Boyko Borissov inizialmente aveva fomentato questa campagna mostrando gratitu­dine per tutti quei cittadini che deci­dessero di «aiutare le forze dell’ordine nella difesa della frontiera». Ma poi la situazione ha rischiato di sfuggire di mano, tanto che il marziale Borissov è tornato sull’argomento precisando che ogni iniziativa «deve rimanere nell’am­bito della legalità», e in ogni caso «sen­za l’uso della forza».

Un reportage dell’agenzia Sir aveva rivelato l’esistenza di immagini e video pubblicizzati dallo stesso Dinko Valev. In uno dei filmati si vede un gruppo di migranti, tra cui alcuni bambini, costretti a sdraiarsi sulla terra, a faccia in giù, «poi legano loro le mani – riporta il Sir – mentre il capo minaccia: «Se non vi mettete tutti subito faccia a terra, ucciderò uno di voi». I para­militari pattugliano la foresta a bordo di quad, indossano tute mimetiche e sono equipaggiati con armi da fuoco e machete.

La gente di Valev spadroneggia per­ché può contare sulla simpatia delle autorità e su un crescente consenso. Che si tratti di violazioni dei più ele­mentari diritti umani non c’è alcun dubbio e altri filmati lo confermano. Stando all’intesa non scritta tra gover­no, associazioni venatorie e cittadini «volenterosi difensori della patria», i gruppi autorganizzati sono invitati ad allertare le guardie di confine ogni volta che avvistano un gruppo di pro­fughi. Ma poi, per evitare che fuggano, si arriva alle maniere forti. Tanto, nes­suno li incriminerà.

 

INFO

Balcani: le ragioni storiche di odi mai spenti

1346: nasce l’impero serbo, che invade e occupa la Macedonia, l’Epiro, la Tessaglia fino all’Attica, rendendo la Bulgaria uno Stato vassallo.
1354-1389: conquista turca di queste regioni. La storica sconfitta di Ko­sovo nel 1389 determina la decapitazione dell’élite militare e politica della Serbia. Questo scontro è rimasto ancorato nella memoria collettiva della nazione, diventando un vero e proprio mito che sopravvisse al comuni­smo di Tito, rinascendo potente nella guerra di Bosnia, che vede protago­nisti anche gli albanesi, convertitisi in gran parte all’Islam fin dal 1478.
1844-1922. La Grecia porta avanti il progetto Megali Idea (la Grande Gre­cia, con capitale Costantinopoli) per riallacciarsi alla gloria dell’impero bizantino. Sconfitta dai turchi nel 1922, coltiva questo sogno fino alla fine del regime dei Colonnelli (1974).
1878: la Bulgaria punta alla creazione di una “Grande Bulgaria” grazie al sostegno della Russia zarista. Inizia una lotta politico-commerciale tra inglesi, francesi e asburgici a difesa dell’impero ottomano e dall’altro la Russia che cercava di farlo collassare e così ottenere uno sbocco nel Medi­terraneo.
1912-1913: guerra tra Grecia, Montenegro, Serbia, Bulgaria, Romania e l’Impero Ottomano.
1914-1918: prima guerra mondiale.
1992-1995: guerra di Bosnia.

 

Nello Scavo
NP novembre 2020

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