Sedotti e bidonati

Date 06-01-2019

por Rinaldo Canalis

di Rinaldo Canalis - Trent'anni di accoglienza insegnano a dare un senso "mistico" anche all'ingratitudine.
Hamed, ghanese, entra nella stanza della Re.Te. alle 7,45. Mi aveva mandato un WhatsApp alcuni giorni prima chiedendo un appuntamento. Sono infastidito, non lo nascondo. Non si fa vedere da un anno! Tempo prima, quando era ospite in una delle accoglienze dell’Arsenale, ci aveva chiesto di aiutarlo a continuare gli studi di chimica all’università di Torino dato che non aveva più un soldo per pagare iscrizioni e libri.

L’avevamo avviato a Cascina Massetta, la nostra nascente opportunità di accoglienza con attività agricola annessa, in quel di Santena, paese a qualche chilometro da Torino. Lì disponeva di vitto, alloggio, vestiti e di una camera tutta per lui per poter studiare. Pagavamo le rette universitarie e altri vari debiti che si erano accumulati, con il sudato ricavo delle vendite delle uova, dozzina dopo dozzina, che l’allevamento di galline incominciava a generare. In cambio, nei week end gli si chiedeva di dare una mano nei lavori agricoli in cascina.

Tutto sembrava andare per il verso giusto, tranne che per le attività manuali. Paolo e Bruno, i residenti di Cascina Massetta, lo trattano come un fi glio, lo seguono anche nella frequentazione delle lezioni e negli esami dato che il suo “fuori corso” è ormai cronico, forse a motivo della grave situazione di disagio in cui si e trovato. Per lui studiare chimica e tornare a casa con un titolo universitario italiano è motivo di orgoglio e di riscossa etnico- generazionale. Avevamo anche cercato di coinvolgere altre persone di una borgata vicina durante la festa del patrono, sant’Antonio.

Hamed mi si siede vicino. Non so cosa fare. Sono tante le persone che bussano alla porta e che quel poco aiuto lo sanno valorizzare e apprezzare. Perché incaponirsi con uno come lui che dopo appena un mese aveva abbonato tutto per andare a Torino in un convitto di studenti sostenendo che la cascina, lontana da scuola, non faceva per lui? Dove avrà preso i soldi per pagare il convitto? Dietro la cascina, in un sacco dell’immondizia troviamo i vestiti che gli avevamo procurato. Si vede che anche questi non erano di suo gradimento.
Gli chiedo cosa è successo in questo anno. Dice che è sempre stato in giro. Mai in un posto unico. Ora è nei dormitori perché fa di nuovo freddo. Chiedo del convitto ma non capisco. Non parla bene l’italiano; tragedia degli immigrati mal accolti a cui non si impone di superare esami seri di lingua italiana parlata e capita correttamente. Ho voglia di cacciarlo. Penso. Prego.

Un anno prima era seduto proprio nello stesso posto e chiedeva aiuto, come ora. Rompo il silenzio con una proposta. Un ennesimo tentativo per non far vincere in me il desiderio di rivalsa: «Vieni tutti i sabati pomeriggio al VillaggioGlobale a fare del volontariato con tutti gli altri». C’è un trasporto in macchina che parte ed arriva in Arsenale pensato apposta per iniziative come questa. Al VillaggioGlobale ci si sporca molto le mani nei servizi agricoli, negli scarichi di camionate di materiali che arrivano. Penso che faticare insieme sia per Hamed un modo per capire meglio prima di ricevere una nuova opportunità. Paolo, messo al corrente, mi incoraggia. Dopo 30 anni di accoglienza costellati di tante “fregature” potremmo anche aver ultimato le scorte di pazienza e di fi ducia! E poi devo tutelare le persone buone che “dicono sempre sì”.

La nostra accoglienza è sempre un incontro, l’apertura di una relazione e questo se da un lato ci espone al rischio dell’insuccesso, dall’altro ci da la possibilità di mettere alla prova la nostra scelta di Vangelo. Quasi a vivere una mistica dell’ingratitudine. Finiamo la mattinata di accoglienza recitando con Anna ancora un’Ave Maria. Non capendo troppo dell’avventura cristiana ma fi dandosi molto, più o meno come lei, la Madonna invocata.

Rinaldo Canalis
NP FOCUS

 

 

 

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