Stefano Beccacece

Date 30-08-2020

por Fabrizio Floris

Là dove la città finisce c’è un muro che circonda 3 milioni di “metri quadri” di terreno. Era il confine della città, la chiamavano Mirafiori, guarda i fiori, una pianura dove a partire dal 1936 il cemento iniziò a prevalere sul verde. Intorno a quella mura sorse la più grande “Fabbrica” d’Europa attraversata quotidianamente da 60mila persone.

Per loro la città fu costretta a spostarsi oltre la frontiera della “Fabbrica”. I palazzi (17mila alloggi) vennero tirati su a partire dal 1963 dando casa ad oltre 40mila persone. Sono stati anni intensi di una popolazione giovane e piena di vita, ma anche di lotte e sconfitte. Con la “Fabbrica” che segnava non solo la città, ma era l’epicentro di tutte le battaglie politiche del Paese.
La caratteristica delle vie che confinano con il muro della Fabbrica è l’aver dato un’abitazione a gruppi di persone che sono arrivate insieme e che collettivamente hanno costruito il loro luogo di vita: il loro quartiere non quello degli architetti. Un’accoglienza che come una sorta di imprinting è rimasta negli anni: «accolti per accogliere ».

Adesso c’è meno vita, ci sono più vecchiaia e solitudine e le porte sono confini che separano i sommersi dai salvati. Eppure su quelle strade di cemento i fiori sono rimasti, seppur sotto altre spoglie, hanno carne e ossa, sono persone speciali che non è facile scorgere e a volte incontrare come Stefano Beccacece di professione critico radiofonico. La sua casa è al fondo dell’ultima via del quartiere che segue l’asse binario del muro della “Fabbrica”, è ipovedente e da 4 mesi vive solo perché la madre è ricoverate in ospedale. Ma lui ogni mattina attiva la sua app radiofonica, apre la sua pagina social e si mette alla ricerca di notizie per la sua radiomusik.

Nelle ultime settimane non è potuto andare neanche a trovare la madre perché per via del coronavirus gli accompagnatori non famigliari non possono entrare negli ospedali, ma lui senza un aiuto non può arrivare al reparto dove è ricoverata. Ha una cultura universitaria, passa agevolmente dal calcio alla filosofia teoretica. Il suo calendario è segnato dalle partite di calcio, ad esempio ricorda che la madre è stata ricoverata il giorno della partita di andata di juve-inter e non è ancora uscita adesso che siamo alla partita di ritorno.

È, come spiega Francesco Marra, «uno di zona», una grande persona. È difficile incontrarlo per le strade, ma sui social lo potete trovare tutto il giorno, tutti i giorni. Pronto a mettersi in gioco perché per lui «ogni giorno è buono per sfondare». Sapendo che passano gli anni, ma poi sono i minuti a trasformare la vita. “Stay tuned”.

Fabrizio Floris
NP giugno / luglio 2020

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