UGANDA: il “mato oput”

Date 31-08-2009

por Redazione Sermig


Emendato il codice penale per permettere di perseguire i crimini della guerriglia attraverso il sistema di giustizia tradizionale.

Giuseppe Liguori


KAMPALA – Agenzia Fides. Il governo ugandese ha deciso di emendare il codice penale per permettere di perseguire i crimini commessi durante la guerra civile nel nord Uganda nell’ambito del sistema di giustizia tradizionale. Lo ha annunciato all’inizio di questo mese di luglio il Ministro dell’Interno Ruhakana Rugunda, che è anche il capo della delegazione governativa ai colloqui di pace con la guerriglia dell’Esercito di Resistenza del Signore (LRA) che si tengono a Juba, in Sud Sudan.

Si tratta di uno sviluppo dell’accordo sulla giustizia firmato il 29 giugno dal governo e dai rappresentanti della guerriglia (vedi Fides 2 luglio 2007). “Le parti si sono impegnate ad assicurare la responsabilità e la riconciliazione per i crimini commessi, attraverso un meccanismo di giustizia trasparente” ha dichiarato il Ministro Rugunda.

Il sistema di giustizia tradizionale usato dagli Acholi (l’etnia del nord Uganda alla quale appartengono anche i membri del LRA), chiamato “Mato Oput” consiste nell’obbligare il colpevole di un misfatto a fornire pubbliche scuse alla comunità danneggiata e a pagare un risarcimento alle vittime. Questo meccanismo sarà applicato nei confronti degli appartenenti allo LRA, mentre i militari governativi che hanno commesso dei crimini saranno sottoposti alla Corte Marziale.

Il Ministro dell’Interno ha osservato che, mentre il sistema penale ordinario è punitivo, il Mato Oput invece “mira alla ricostruzione e alla promozione della riconciliazione”. Egli ha aggiunto:“Abbiamo concordato di elaborare e adottare un sistema di giustizia alternativo che trae il meglio dai 2 sistemi di giustizia e fa fronte alle reciproche debolezze. In questo modo si riuscirà ad affrontare la questione dell’impunità e allo stesso tempo a promuovere la riconciliazione”.

Pubblichiamo l’articolo già comparso su Nuovo Progetto (gennaio 2007) nel quale si ricostruiscono le ultime tappe della vicenda ugandese e si descrive il sistema del “Mato oput”.

UGANDA: DIGERIRE L’AMAREZZA
di Giuseppe Liguori

Il 26 agosto 2006, dopo quasi 20 anni di guerra, i ribelli del “Lord’s Resistance Army” (LRA) ed il governo dell’Uganda firmano la cessazione delle ostilità a Juba, in Sudan. Si tratta di un primo passo verso una pace duratura: è quindi un evento importantissimo per tutti gli ugandesi.
Gli accordi di pace prevedono che i ribelli, una volta deposte le armi, potranno usufruire della legge d’amnistia votata dal parlamento ugandese. Quattro comandanti, però, tra i quali il capo dei ribelli Kony ed il suo vice, Otti, rischiano d’essere arrestati e processati dal Tribunale Penale Internazionale (TPI), che ha sede all’Aja.

Il 6 settembre Otti riesce a stabilire un collegamento telefonico via satellite con gli studi della radio KFM di Kampala. Egli dichiara che i ribelli continueranno a combattere se il Tribunale dell’Aja non ritirerà i quattro mandati di cattura. Luis Moreno Ocampo, procuratore del TPI, esclude, però, questa eventualità, affermando che, se i crimini di guerra rimangono impuniti, continueranno ad essere perpetrati. Come risolvere l’impasse?


Joseph Kony
L’articolo 53 del Trattato di Roma, che istituisce il TPI, può forse sbloccare la situazione: il Procuratore può interrompere l’azione penale se essa non è più nell’interesse della giustizia. È ovvio che i leader del LRA debbano comunque ricevere una punizione, compatibile con gli standard internazionali di giustizia, quale forse potrebbe essere quella prevista dal sistema tradizionale di giustizia degli Acholi, il popolo che vive in Nord Uganda, detto “Mato Oput”. Tra i tanti ugandesi che condividono questa tesi, uno dei più convinti assertori è il vescovo anglicano Ochola, che ha scritto un articolo molto interessante, pubblicato dal quotidiano New Vision il 26 agosto scorso col titolo: “Uganda: la giustizia tradizionale è sufficiente per Kony”.

Otti si dimostra pronto ad accettare questo sistema tradizionale e le sue parole sono riportate in un articolo pubblicato il 15 settembre dal Daily Monitor: Se la gente del mio villaggio mi perdona ed il processo del Mato Oput ha luogo, penso di poter tornare a casa in pace, senza essere attaccato dalla gente del mio villaggio.

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Vincent Otti

In che cosa consiste questo rito di riconciliazione? In lingua acholi, Mato Oput significa letteralmente bere la radice amara. Quando c’è un conflitto tra persone di due diversi clan, gli anziani intervengono come arbitri e, dopo aver stabilito come si sono svolti i fatti, convocano le due parti e offrono loro una bevanda fatta col succo amaro delle radici dell’albero oput. Bere questa bevanda significa essere pronti a digerire e a distruggere l’amarezza che si è creata in seguito al conflitto tra le due parti.
Il clan del colpevole deve poi pagare una compensazione adeguata al clan della persona offesa. Nella cultura acholi, infatti, la responsabilità penale non è personale, ma ricade sulla comunità alla quale il colpevole appartiene.

In conclusione, ritengo che il Mato Oput sia l’unica possibile via d’uscita per sbloccare le trattative e giungere ad una pace vera e duratura. Il successo della Commissione Verità e Riconciliazione del Sudafrica mi porta a credere che bisogna accettare i sistemi di giustizia africana, purché garantiscano una pace duratura. È questa l’opinione che prevale tra gli acholi, che chiedono a gran voce una cosa sola: la pace.

Giuseppe Liguori
da Nuovo Progetto gennaio 07

 

 

 

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