Brasile: nessuno escluso

Date 26-08-2020

por Mauro Palombo

Assieme alla sua amicizia, Dom Luciano ci ha portato anche “il suo Brasile”.

Una realtà vasta, grande quanto l’intera Europa. Con molte risorse, ma anche con grandi contraddizioni, schiacciato sotto il peso di una storia a lungo bloccata, e di una strutturale diseguaglianza tra la gente, tra le più profonde al mondo. Dove gli impoveriti finiscono per diventare ‘esclusi’, i ‘di troppo’ nella società, senza opportunità di riscatto.
 

In questo scenario tragico, l’amore trova però sempre una via, una speranza.

“La speranza è nel cuore umano. I poveri diventano i nostri maestri: ci insegnano a mettere in secondo piano l’avere, il possedere. Hanno la vita perché sono capaci di condividere con gli altri le sofferenze e le gioie. Dobbiamo imparare da loro lo slancio verso la vita, la capacità di superare le difficoltà, la forza nelle situazioni che sembrano insostenibili.” In questo profetico rovesciamento di prospettive i poveri non sono più il problema, ma diventano la soluzione. Sempre nelle parole di Dom Luciano, soluzione alla portata di tutti: “dobbiamo vivere semplicemente, perché tutti possano, semplicemente, vivere”.
 

La realtà cristiana di Dom Luciano è prolungare la contemplazione nella solidarietà. Con l’intelligenza del cuore di chi la realtà dei poveri la conosce perché la condivide. Da subito, con entusiasmo, ci siamo attivati attorno al suo stimolo per dare vita a iniziative, a progetti di sviluppo umano. 

Si sono articolati attorno a due modi di portare speranza nelle due realtà strettamente connesse delle campagne, e della metropoli.

Nel Nordeste soprattutto, ma anche altrove, il problema è duplice: la siccità, e il filo spinato; quello che recinta il latifondo, in larga parte improduttivo o quasi. L’esito è “tanta gente senza terra, tanta terra senza gente”. Dunque, nelle zone rurali, lavorare alla sua radice: avere terra, acquisendo però le capacità tecniche e organizzative per metterla a frutto, e costruendo comunità attorno a ciascuna iniziativa perché divenga parte di una nuova storia, e possa avere e dare un futuro.
 

Nasce così, a fine anni ’80, un programma pluriennale di interventi – mulini, terra, laboratori, strutture comunitarie, alfabetizzazione e coscientizzazione, assieme a nove diocesi del Nordeste, costruendo anche unità di azione. Poi case in piccoli centri per iniziare una nuova vita. Programmi di alfabetizzazione per adulti e giovani. Particolarmente importante l’incontro con la rete delle Scuole Famiglie Agricole della Bahia, realtà fondamentale per dare capacità ai piccoli coltivatori, fare rete tra loro, aprendosi a tante nuove iniziative divenute un grande successo come l’apicoltura da noi promossa, e la raccolta diffusa di acqua piovana. Con l’importante sostegno del Sermig in tanti anni, hanno potuto prima proseguire la loro attività, poi avere finalmente un riconoscimento e un sostegno dalla Pastorale del Minore, e dallo Stato stesso. Ancora oggi è viva la relazione con loro, e ne promuoviamo ovunque il modello di intervento.
 

Ma la miseria della vita nelle campagne ha spinto moltitudini alla emigrazione nelle immense periferie metropolitane di Rio, San Paolo, Salvador, Belo Horizonte... Le luci ingannano, le opportunità sono pochissime, abissale la miseria materiale e umana. Abbiamo scoperto dal loro interno i cortiços – le case alveare dove una famiglia viveva in pochi metri quadri – e le non meno inumane favelas. Condizioni di vita che non rispettano la dignità e condizione di figli di Dio. E che spingono tanti bambini a vivere nella strada, i ‘meninos da rua’, milioni e milioni, senza più il riferimento anche solo di un pezzo di famiglia, esposti a  violenze indicibili. Si cerca di realizzare per loro nuove possibilità, come il Centro Giovanni Paolo II a Salvador. Sempre a Salvador si sostengono importanti innovative esperienze come le case-famiglia dell’Organização de Auxilio Fraterno di Padre Piazza, assieme al lavoro di Padre Clovis negli ‘alagados’ della città. A Rio, la Casa do Menor. Si realizza a San Paolo la prima casa per bambini abbandonati e ammalati di AIDS. A Belo Horizonte si sostiene il primo progetto integrato per tutti i bambini della città, che coinvolge tutte le realtà ecclesiali cristiane; e il Projeto Providencia, nella sua periferia. E poi laboratori, centri comunitari, le prime strutture per giovani disabili…
 

Nel molto e intenso lavoro di tanti progetti abbiamo cercato di far nostro l’impegno raccomandato da Dom Luciano: offrire tutte le possibili risposte ai tanti bisogni, ma cercando sempre di dar vita a un ‘modello di intervento’ efficace e sostenibile, un possibile riferimento anche per altri, che potessero pensare di replicarlo, anche in altri contesti, sostenuti da un esempio di come anche in scenari di sofferenza tanto ampia ‘sia possibile fare qualcosa’.  
 

Grazie a Dom Luciano, agli amici e alle storie che ci ha fatto conoscere, il Brasile ci è entrato nel cuore. Fino a diventare anche la nostra casa: nel febbraio 1996, a San Paolo, entriamo in quello che rapidamente diventa un nuovo Arsenale: l’Arsenal da Esperança – Dom Luciano Mendes de Almeida. Casa che accoglie, dove riprendere vita, con ospiti 1.200 ‘sofredores da rua’: da 25 anni, ininterrottamente, aperta.

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