Musica d'autore

Date 08-05-2014

por Mauro Tabasso


“Ti amo con una nota”, “Miserere”, “Gloria dal basso della terra” sono i primi CD prodotti dal Sermig. Accanto ad essi, una molteplicità di brani dedicati ai temi della pace, della fame, del volontariato… Vi siete mai chiesti come nascono? Beh, abbiamo deciso di svelarvi i retroscena, raccontati dai diretti protagonisti.

Pensando al Sermig, Ernesto e i suoi amici di allora avevano sicuramente nel cuore anche la musica, e con l’arrivo (nel 1983) dell’Arsenale pensarono di dare una casa anche alla musica, iniziando quel viaggio che oggi si chiama appunto “Laboratorio del Suono”.
Ernesto desiderava (e continua a farlo) che dall’Arsenale venisse fuori una musica nuova, sintesi di antico e moderno, capace di toccare i cuori, di aprirli al bello, di farli sognare. Una musica che lui definisce (con grande timore, quasi superstizione di tutti noi) come un “nuovo gregoriano”. Capirai, roba da niente. O da tutto. Comunque questo era il sogno.
Dopo anni di volontariato e di “costanza” (il percorso di formazione per tutti coloro che desiderano avvicinarsi alla Fraternità del Sermig), nel ‘93 anch’io mi unisco alla grande famiglia, ed Ernesto mi mette a fare tanti lavori (cantiere, Poliambulatorio Medico, centralino, manutenzione e giardinaggio, ecc.), ma intanto mi impone di terminare il Conservatorio e gli studi di musica che avevo già intrapreso (ero circa a metà percorso).
Intanto Giusto Pio, Maurizio Colonna, Bizzarri & Marcucci musicano alcuni suoi testi. L’auspicio è quello di vedere (anzi sentire) alcune delle storie dell’Arsenale messe in musica. Ad un certo punto Ernesto affida a me quest’incarico. Il motivo chiedetelo a lui.
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Da quel momento io all’Arsenale faccio un altro mestiere, che si chiama con una parola che continua a spaventarmi: il compositore, attività che oggi il Laboratorio del Suono rivolge e dedica anche a terzi, oltre che al Sermig. Ma lavorare per terzi è profondamente diverso. Normalmente infatti il compositore è colui che crea una colonna sonora, una base, un brano musicale in genere, una melodia su cui, poi, qualcun altro (l’autore) mette un testo. A volte compositore e autore sono la stessa persona, come nel caso dei cantautori, a volte lavorano insieme ora sulla musica ora sul testo, partendo però quasi sempre, dalla parte musicale. I terzi fanno così. Al Sermig si fa esattamente il contrario.

Ernesto scrive i suoi testi sempre di getto, quasi li vomita, e le immagini che evoca hanno sempre (almeno dal mio punto di vista) un impatto ambientale massiccio. Impatto a mille ma… metrica a zero, anche meno. E in una canzone la metrica è importante, soprattutto in una lingua come l’italiano dalla densità di significato bassissima. Per farvi un esempio, in musica a ogni sillaba di testo corrisponde più o meno una nota. Provate a musicare questa frase che sta scritta sulle lattine delle bibite: “Da consumarsi preferibilmente entro la data stampata sul fondo del contenitore”.
Fatto? Forse avete appena composto un poema sinfonico… Ora rifate il tutto utilizzando lo stesso testo tradotto in inglese: “Best bifore”. Due sillabe, due note e il gioco è fatto. Questo per dirvi quanto conta la metrica. Ernesto quest’esempio… ancora non l’ha capito, ma quand’anche fosse, il problema è un altro.

Le immagini tanto forti ed immediate che lui evoca con i testi spesso si sbiadiscono, si diluiscono anche solo utilizzando dei sinonimi, figuriamoci ricombinando il testo stesso o la sua forma… Presa coscienza di ciò, non rimane altro da fare che tenersi lo scritto come buono dalla prima all’ultima riga, virgole comprese, e contare sulla buona volontà e… sulla fortuna, sperando in qualche modo di trovare una melodia che vesta il testo alla perfezione, conservandone anche le pause, gli accenti tonici, perché così come in musica, anche nella parte letteraria una pausa, un silenzio spesso dicono più di tante parole. È questione di fortuna (chiamatela come vi pare) azzeccare melodia, forma e soprattutto atmosfera, anche se per creare quest’ultima spesso si ricorre all’arrangiamento, sfruttando ad esempio il carattere o il colore particolare di uno strumento piuttosto che di un altro (es. batteria o percussioni, chitarra o arpa, pianoforte o organo, ecc.).

Tutto questo ha portato me ed Ernesto a lavorare insieme praticamente a quattro mani. Prima lui fa i testi (o sono io a chiederglieli) e lui si confronta con me, poi sono io a proporgli una soluzione musicale sulla quale confrontarsi nuovamente.

coriste.jpg Alcuni anni fa, mentre stavamo lavorando su “Dal basso della Terra”, io stavo per fargli ascoltare un provino di “Piena di grazie”, canzone dedicata alla Madonna, e quindi a una mamma. Così chiesi ad Ernesto: “Come immagineresti l’atmosfera di questo pezzo?”. Lui pensa un po’ e poi dice: “Beh, dovrebbe avere il sapore della nostalgia… Ci vorrebbe un suono che evocasse la nostalgia”. “Un suono come questo può andare?” rispondo, e così facendo gli faccio ascoltare “Midnight Walker” di Davy Spillane, un brano per Uilleann Pipes (uno strumento ad ancia simile alla cornamusa, irlandese, però). Ci siamo guardati e ci siamo illuminati tutti e due. Avevamo avuto la stessa idea ancora prima di confrontarci.
Comporre per l’Arsenale significa lavorare a contatto con Ernesto, sentire il suo fiato sul collo (sensazione oltremodo spiacevole…), ma anche il suo entusiasmo, la sua urgenza di fare e di fare bene, spesso in fretta. Ci si può solo provare e sperare sempre nella dea bendata o in un’ispirazione piovuta dall’alto. Comunque, a forza di questo modus operandi siamo quasi diventati dei bastian contrari, e quando i terzi ci chiedono di scrivere qualcosa senza darci prima il testo ci tocca ricorrere a un testo posticcio qualunque, perfino l’elenco telefonico…

UNA DOMANDA A ERNESTO OLIVERO
Hai composto i testi di tante canzoni. Come nascono?
I canti, con le parole, con i sentimenti, per me nascono dall’osservare la gente. Nella mia mente c’è la certezza che tutte le donne e tutti gli uomini dovrebbero avere le stesse opportunità, nella mia mente c’è la certezza che chi ha di più dovrebbe dare di più; nella mia mente non trova spazio la possibilità che qualcuno possa morire di fame, che un bambino possa essere violentato o usato per il vizio. Nella mia mente, insomma, c’è un mondo giusto, dove chi sbaglia, sì, deve pagare, ma il prezzo che deve pagare è la conversione che gli viene riproposta con metodo, con scientificità, con pazienza, con serenità. Il mio canto nasce quando mi accorgo che l’uomo è maltrattato, che tanti uomini vivono nell’immondizia della vita. Il canto è prima di tutto una protesta per quello che è e non dovrebbe essere. Questo è il primo rigurgito che mi viene fuori. Poi naturalmente c’è anche la lode e il ringraziamento per tutte quelle persone buone, quelle persone che con gratuità fanno più di quello che devono fare. E poi c’è una lode sconfinata a Dio che ci ha regalato un mondo che ha delle bellezze infinite, quindi la lode per queste bellezze. Così nascono i miei canti, le mie poesie, le mie riflessioni, le mie severità.
a cura della redazione di Nuovo Progetto

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