R.D. CONGO: un filo per andare oltre

Date 31-08-2009

por Mauro Palombo


8 marzo: Festa della donna. Soprattutto, occasione per continuare a parlare di tutte quelle donne che ancora sono sfruttate, schiacciate da pesi troppo grandi, non riconosciute nella propria dignità, uccise.

di Mauro Palombo e Lucia Sabbadin

Lo scenario è una terra di confine tra un insieme di frontiere. In questi ultimi dodici anni “terra di nessuno”, provata da una dura dittatura, attraversata dai profughi del genocidio rwandese e poi dalle invasioni che da Rwanda e Uganda hanno occupato terre fertili e miniere di minerali rari, come il coltan, preziosi per le tecnologie del momento. Una terra che cerca ora di recuperare qualcosa di sé stessa, ma in cui è stato seminato molto odio e altrettanto dolore. Milioni le vittime. E in quelli che restano, ferite profonde da sanare.

Ce ne parlano due grandi donne.
Giancarla Buongarzoni, giuseppina di Torino, ha un bagaglio di decenni di presenza missionaria nella R.D. Congo. Un cuore semplice e grande, che sa animare una solida speranza. Il Sermig ha condiviso e appoggiato nel tempo le sue iniziative. Intervistandola, le abbiamo chiesto di raccontare delle tante ragazze vittima – in modi diversi – della guerra.

Lucia Sabbadin, dal 1988 coraggiosa missionaria a Bukavu, capoluogo del Sud-Kivu, regione nell’ovest della R. D. Congo, lungo la difficile frontiera con Rwanda e Burundi, si è già più volte fatta voce della sua gente e del difficile cammino di riconciliazione che il Paese vive, per il nostro portale e per la nostra rivista Nuovo Progetto. Questa volta ci ha inviato una poesia di una donna del suo Paese: “Honneur à la femme”. Per tutte le donne del mondo, soprattutto quelle che ancora sono sfruttate, schiacciate da pesi troppo grandi, non riconosciute nella propria dignità, uccise.

Sr. Giancarla, raccontaci della tua missione, delle tue ragazze…
Dopo alcuni anni passati nella nostra casa di Bukavu, sono rientrata ad Uvira sul lago Tanganika ed ho ripreso a lavorare con le ragazze povere della zona. Finito l’orrore della guerra, mi occupo delle ragazze violentate durante la guerra, di quelle che, avendo perso i genitori, sono scappate quando ancora erano piccole, delle ragazze madri. Sono adesso 148, dai 15 ai 32 anni. Sono state 8 anni nella foresta Vogliamo ridare loro una vita.
Moltissime, dopo aver subito violenza, hanno ora dei bambini. Abbandonate dai loro genitori, provano una certa rabbia e avversione verso il proprio bambino, sia perché le ha messe in condizione di perdere tutta la famiglia, sia perché pensano di non avere più la possibilità di farsi una famiglia. Cerchiamo di far loro capire che il bambino non ha nessuna colpa, dunque che deve poter avere il loro amore. Nello stesso tempo cerchiamo di parlare con i genitori e far capire loro che le ragazze non hanno colpa se hanno avuto un figlio dal nemico, perché sono state costrette.

Alcuni capiscono, e siamo riusciti a reinserire delle ragazze nelle famiglie; altri invece proprio non lo accettano. Il nostro scopo è comunque soprattutto far sì che la ragazza ami il proprio bambino.

Honneur à la femme

La femme dans le monde,
Qu’elle soit noire ou blonde,
Endure sur cette terre,
Toutes formes de violences…

De brutalités et de barbaries,
De bestialités et de brusqueries,
De cruautés et de férocités,
De grossièretés et d’atrocités.

Déjà nourrisson et toute menue,
Un couteau cruel et aiguisé,
Manipulé sans retenue,
Lui a tranché sa féminité.

Petite ou grande fille,
Aux mâles elle est soumise,
Elle n’ira pas à l’école:
Femme intellectuelle, femme à problèmes.

Si jamais elle va à l’école,
Des méchants la violent,
Son tuteur la cajole,
Pour mieux l’avaler.

Avant qu’elle ne fleurisse,
Elle est cueillie et vendue,
Au mari le plus offrant,
Esclave sans défense.

Souvent elle est battue,
Au vu et au su des voisins,
Une histoire d’«amoureux»,
N’a rien d’étonnant.

Dans les bureaux elle se cherche,
Des patrons la recherchent,
Elle n’ose s’esquiver,
Elle se ferait virer.

Dans la rue on l’entraîne,
Elle se laisse acheter,
Elle se fait contaminer,
Par le mal de la cité.

Dénudée et dévalisée,
Détroussée et bestialisée,
Dans tous les médias,
Ou certains journaux et toiles.

La voulant faussement élégante,
La mode, cette méchante,
Sous toutes formes elle la vante,
Pour qu’elle soit bien alléchante.

Minimisée en politique,
Maximisée en spectacles,
Majorée en bassesses,
Diabolisée en sagesse…

Enfin au soir de sa vie,
Pour s’en débarrasser,
Du village elle est chassée,
Comme sorcière mangeuse d’âmes…

A ce jour de l’année,
Pensons à la femme,
Rendons-lui sa dignité,
Couvrons sa nudité.


Maître NDORIMANA Isaac

Abbiamo poi aperto una scuola materna, per aiutare le ragazze a frequentare la scuola mentre i piccoli sono accuditi. Si ritrovano, infatti, in condizioni di estrema miseria e non hanno modo di uscirne da sole. Ho aperto per loro una scuola di taglio e cucito, in cui portiamo avanti anche una formazione culturale e umana che tiene conto delle diverse situazioni: alfabetizzazione per le ragazze che non sono mai andate a scuola; per le altre, che hanno gia un’infarinatura di base, continuiamo l’istruzione scolastica. Poi ci sono quelle che hanno frequentato le medie, le magistrali o altri studi: le prepariamo perché possano un domani sostenere l’esame di Stato e avere un loro diploma.

Ho vissuto momenti difficili, in un clima veramente denso di violenza. Forse non ero anche abbastanza preparata, ma umanamente non è facile. Qualche volta veniva proprio la voglia di dire: chi me lo fa fare… ritorno a casa… Poi, con la preghiera, rimettendo di nuovo assieme il cuore e la mente, ricominciavo. Bisogna sempre ritrovare, nella preghiera, la forza di riprendere e non abbandonare quello che si è iniziato, perché nulla sia definitivamente perduto.

Quale futuro possono aspettarsi queste donne?
Tra le tante ragazze che hanno subito violenza, solo una sta lentamente formando una famiglia. Ci sono ancora grandi pregiudizi da superare. Per non parlare di chi per la violenza non potrà più avere figli e sarà rifiutata. Lavoriamo per dare una nuova dignità e nuove alternative. Altrimenti c’è solo la strada, dove tante sono rimaste, sole, dove le hanno lasciate, a cercare di sopravvivere un altro poco loro e i bambini.

Adesso iniziamo anche ad avere del lavoro. Dopo tre anni di vita della scuola, e una prima buona prova, l’organismo ONU dei rifugiati ci ha commissionato diecimila uniformi di scuola per le ragazze rientrate dai campi profughi della Tanzania. Le ragazze del terzo anno le hanno tagliate, le altre le hanno cucite; quelle della prima sono riuscite a mettere i bottoni, e poi, alla fine dell’anno, abbiamo potuto pagare tutte! È stato proprio un nuovo inizio.

Da quando hanno cominciato a guadagnare qualche cosa si sono sentite più sicure, hanno preso tutto più seriamente, cambiando il loro atteggiamento. Perché non si trattava più soltanto di vivere da noi, studiare, affrontare le interrogazioni… ma c’era anche un domani; era una cosa seria, potevano fare qualcosa. Quando sono venuta in Italia dopo gli esami, le ho lasciate tutte là a lavorare, entusiaste.

Tra loro ci sono anche ragazze povere, che hanno già famiglia. La nostra scuola insegna in francese, è importante per le ragazze, è un segno distintivo; conoscere il francese vuol dire non essere tagliate fuori, già solo per questo, rispetto ai ragazzi che riescono in genere a studiare più delle donne e in istituti migliori. Così guadagnano rispetto. E si salvano affetti e situazioni altrimenti difficili.

Voi quante siete e come fate a sostenere le vostre attività?
In quest’opera sono la sola suora. Col personale, siamo una decina. Ad Uvira siamo quattro suore, ma abbiamo anche altre due scuole.
Trovo sempre qualcuno che mi aiuta, che si fa Provvidenza. Cerchiamo noi di dare tutto il necessario, eccetto il filo per cucire, che portano le ragazze come segno della loro partecipazione. Alla fine dell’anno portano a casa i vestiti fatti da loro, li vendono, guadagnano qualcosa e capiscono che dall’impegno può venire qualcosa di buono.

Un altro aspetto importante è la distribuzione del cibo a scuola, soprattutto ai bambini, che a casa non hanno mai abbastanza. Un po’ provvediamo noi, un po’ la FAO ci aiuta a dare un pranzo abbondante, per parecchi il solo pasto della giornata. Se alle nove non vedono la pentola accesa mi vengono a cercare da tutte le parti!
Infine, seguiamo ragazze e ragazzi per aiutarli a crescere, sia nella società che nella Chiesa, come persone responsabili e attive.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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