Una catastrofe

Date 22-11-2021

por Paolo Lambruschi

Prosegue senza sosta la guerra di Eritrea ed Etiopia contro il Tigrai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Prosegue il silenzio europeo davanti alla disastrosa guerra civile in Etiopia. Se l'Europa a Ferragosto si è preoccupata per l'Afghanistan non tanto e non solo per la sorte di coloro che in quel lontano Paese si sono sempre opposti al fondamentalismo islamico, ma piuttosto per l'inevitabile aumento dei flussi migratori che la restaurazione dell'emirato afghano da parte dei talebani provocherà, misteriosamente resta indifferente al conflitto in Tigrai che sta già destabilizzando il secondo Paese africano per popolazione, e minaccia di infettare il Corno d'Africa e buona parte dell'Africa orientale. Tutte zone matrici di flussi migratori misti – profughi e migranti economici – per povertà, conflitti, dittature che opprimono i popoli.

Certo, sono le guerre fallite dell'occidente in questo secolo in Afghanistan, Iraq e Siria le responsabili dell'aumento dei profughi verso l'Unione europea perlopiù attraverso la rotta balcanica. Ma molti dei 30mila che riposano sul fondo del Mediterraneo e dei 50mila morti nei deserti del Sahara e del Sinai nel tentativo di raggiungere il mare nostrum e da lì l'Europa sono etiopi, eritrei, somali, sudanesi. Sempre loro sono protagonisti di drammatiche odissee nel Mar Rosso per raggiungere i Paesi arabi e trovare un lavoro. Nonostante la grande miseria diffusa, aumentata dalle carestie, dai cambiamenti climatici, dalle locuste che distruggono i raccolti, la pace tra Etiopia ed Eritrea nel 2018 e il primo Nobel per la pace assegnato nel 2019 a un africano, il giovane premier etiope Abiy Ahmed, avevano acceso molte speranze a chi nel continente sapeva riconoscere le enormi potenzialità di sviluppo. Ma incredibilmente Abiy nemmeno un anno dopo è riuscito a dissipare il patrimonio di credibilità accumulato. Ha stretto una solida alleanza con il dittatore eritreo Isayas Afewerki, che governa con il pugno di ferro da 25 anni l'ex colonia italiana trasformata in uno stato caserma dove vige il servizio di leva a vita, ma non per pianificare la costruzione di nuove infrastrutture e potenziare il commercio. Quello che interessava a entrambi era distruggere il nemico comune, il Tplf, partito del fronte popolare di liberazione del Tigrai che ha retto l'Etiopia fino all'avvento di Aby.

Per farlo hanno scatenato una guerra violentissima che ha provocato una catastrofe umanitaria paragonabile a quella di 40 anni fa nel Tigrai. Le truppe etiopi ed eritree hanno distrutto, secondo diversi rapporti di agenzie dell'ONU e Ong, ospedali e strutture sanitarie, raccolti, bestiame e sementi provocando due milioni di sfollati interni, un terzo della popolazione, e mettendo a rischio di morte per fame mezzo milione di tigrini. Inoltre hanno provato tutte le infamie della guerra etnica, dallo stupro di massa di donne di ogni età alla uccisione indiscriminata di maschi sopra i sette anni di età all'attacco al millenario patrimonio culturale e religioso del Tigrai protetto dall'Unesco. Ma etiopi ed eritrei non sono riusciti a piegare i tigrini, che hanno riguadagnato terreno e lanciato la controffensiva estiva invadendo le regioni etiope con l'intento di vendicarsi. In più non escludono di invadere l'Eritrea. Le parti in conflitto continuano a lanciarsi accuse e rifiutano le offerte di mediazione internazionale.

L'Etiopia è composta da 80 etnie e si è retta finora su equilibri precari. Anche qui, come in Afghanistan, per il controllo delle rotte commerciali e l'accesso a un continente si scontrano gli interessi di Cina, Usa, Russia, Arabia Saudita e Turchia. In più Egitto e Sudan hanno tutto l'interesse a indebolire Addis Abeba per impedire l'avvio della grande diga sul Nilo che toglierebbe loro l'acqua per irrigare. Ma l'Ue non dice molto, minaccia e non agisce nonostante abbia investito miliardi di euro. Eppure se si comportasse come una potenza non bellicosa per esportare quella pace sulla quale ha costruito il proprio benessere, restituirebbe speranza e dignità a milioni di persone costrette a pericolosi e lunghi viaggi per cercare futuro.

NP Agosto Settembre 2021

Paolo Lambruschi

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