Vivere da cristiani / 2

Date 06-10-2011

por Cesare Falletti

 

Ottobre, mese dedicato alla dimensione missionaria. Cosa significa essere pane e vita – come lo è stato Gesù - per il cristiano di oggi?

di Cesare Falletti

 

Il cristiano è fuoco, il fuoco che Gesù ha gettato sulla terra, è una fiamma che scalda e illumina, e che cuoce. Il cristiano è pane cotto sul fuoco dell’amore, che diventa Eucaristia, azione di grazia e dono, pane sulla tavola della famiglia, spezzato per tutti, moltiplicato per la folla, pane segno dell’accoglienza reciproca. A Emmaus, è Gesù che spezza il pane, il pellegrino accolto, non il padrone di casa. E noi, senza fine, saremo contemporaneamente mendicanti del pane di vita e apostoli che distribuiscono il pane.

 

ESSERE PANE


Questo pane non è nostro, questo pane ci viene messo nelle mani e si moltiplica, non sappiamo come. Gesù ci dice “vai e dallo” e noi partiamo e lo diamo e non sappiamo come mai nelle nostre mani c’è ancora pane dopo che siamo partiti con solo un pezzettino. La carità inestinguibile di Dio chiede alle nostre mani di essere distribuita, ai nostri piedi di andare da tutti, ai nostri occhi di vedere l’uomo, al nostro cuore di non essere mai stanco di essere attraversato dall’infinita misericordia, dalla compassione divina. Tutto questo non sarà mai nostro, perché noi saremo sempre i primi mendicanti.
La lettera della Chiesa di Smirne sulla morte del suo vescovo Policarpo, martire nelle fiamme nei primi decenni del II secolo, ci racconta: “Levatasi una grande fiammata, noi, a cui fu dato di scorgerlo perfettamente, vedemmo allora un miracolo e siamo stati conservati in vita per annunziare agli altri le cose che accaddero. Il fuoco si dispose a forma di arco, come la vela di una nave gonfiata dal vento, e avvolse il corpo del martire. Il corpo stava al centro, ma non sembrava carne che bruciasse, bensì pane cotto, oppure oro e argento reso incandescente. E noi sentimmo tanta soavità di profumo, come di incenso o di qualche altro aroma prezioso”. Era come un pane che cuoceva nel forno, il pane che si preparava ad essere Eucaristia
Il pane cotto nel fuoco diventa l’umile ed essenziale nutrimento quotidiano sulla tavola, che accompagna il piatto che fa figura. Quando ci chiedono cosa abbiamo mangiato, non diciamo “ho mangiato pane”, parliamo del resto. Così è il cristiano, non c’è bisogno che lo si nomini, però, se manca, la terra è povera, il banchetto non funziona, la semplicità della gioia è scomparsa. E Gesù ci dice che noi siamo il sale del mondo, il lievito della terra.

 

ESSERE VITA


“Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,16). Come può il cristiano - creatura smarrita, confusa e mortale come tutti gli altri - essere come il suo Signore la via, la verità e la vita del mondo? Perché è questo che deve essere. Il cristiano ha tre ricchezze che non sono sue su cui può sempre contare, perché il Signore gliele darà sempre: sono la Chiesa, la Scrittura e i Sacramenti.
Con la Chiesa, popolo di Dio in cammino nel deserto verso la terra promessa, il cristiano avanza con certezza, nella Chiesa vive qualche cosa che si estende, perché c’è una Chiesa ufficiale, i battezzati, e poi la comunione fraterna - “allarga lo spazio della tua tenda” (Is 54,2) - raggiunge sempre di più altri. Nella Chiesa viviamo l’unità nella fede, che ci fa avanzare oltre le nostre stanchezze, oltre lo scoraggiamento, oltre la confusione che ci viene dalla storicità della Chiesa, dalla sue istituzioni, dal peccato e dalla debolezza nostri e dei fratelli che ci circondano.
La Chiesa avanza negli acquitrini mortiferi delle mode, del rilassamento, del benessere come la colonna di fuoco che avanza nel deserto, che illumina di notte, ripara dall’arsura di giorno; è una madre che insegna, educa, regge una casa dove è soave e bello che i fratelli stiano insieme; la Chiesa è colei che lega le generazioni, trasmettendo dall’una all’altra la santità, la scoperta della verità rivelata, accolta, vissuta, lo spirito di famiglia, lo spirito di Gesù.
La Chiesa è una famiglia guidata da pastori, a volte santi e stupendi, portatori di Cristo sul loro volto, a volte anche nelle piaghe della loro carne, pronti a dare la vita per le pecore, innamorati dal pastore unico del gregge umano; altre volte, invece, pastori stanchi, tentati di sedersi, di lasciare il gregge a sbandarsi, di lasciare il gregge a esser divorato dai lupi. Già Ezechiele parlava di pastori che divorano le pecore migliori e non si curano delle più deboli (Ez 34). Invece Giacobbe nel suo zelo sopportava la fatica del giorno e il freddo della notte, non allontanandosi mai dal gregge e non perdendo una sola pecora, e questo nella Chiesa lo si vive fin dall’inizio.

San Benedetto, parlando dell’abate, dice cose importanti che valgono per ognuno perché, anche se non ha importanti responsabilità, il cristiano partecipa del dono regale di Cristo, e quindi è responsabile dei suoi fratelli. “L’abate abbia cura di essere più amato che temuto - questo è, anche se sembra banale, importante per i cristiani che devono essere più amati che temuti -, non sia inquieto e ansioso, non esagerato e ostinato, né geloso o eccessivamente sospettoso, altrimenti non avrà mai pace - e se non l’ha come fa a darla? -; nelle stesse disposizioni che deve dare sappia essere previdente e ponderato, e quando deve prendere decisioni, sia di ordine materiale che spirituale, si regoli con discernimento e discrezione, ricordando in proposito, l’esempio del santo patriarca Giacobbe quando diceva: se affaticherò troppo le mie pecore, mi moriranno tutte in un solo giorno. Tenendo dunque presente questi e altri esempi di discrezione e di tutte le altre virtù, disponga ogni cosa in modo che i forti possano desiderare di fare di più e i deboli non siano tentati di tirarsi indietro”. La testimonianza è quella che non pesa sulle spalle di nessuno, che incoraggia i forti e non scoraggia i deboli, che cerca di essere amata più che temuta, che non è mai sospettosa, che non è gelosa, che non è ostinata. Abbiamo molto da imparare.
Io sono il buon pastore.
Il buon pastore offre la vita per le pecore

(Gv 10, 11)
Oltre alla Chiesa abbiamo la Scrittura, che per il cristiano è il pane quotidiano, è la parola che permette di vivere un’amicizia divina, ricevendo nell’ascolto la luce della verità, sempre uguale e sempre nuova, conosciuta e sempre da scoprire. La scrittura è il luogo del dialogo e della gioia, è la legna per il fuoco, è la luce che illumina il cammino, è il cibo, il pane che fa crescere e che dà forza.
Poi ci sono i Sacramenti, che sono la vita del cristiano, a partire dal battesimo che ci fa nascere a una vita nuova, a una vita divina e morire alla vita che conduce alla morte. Ciascuno di noi, passato nella Pasqua del battesimo, nella Pasqua del Signore, può gridare: morte, dov’è la tua vittoria?. E questo dobbiamo saperlo gridare nel mondo. Nei sacramenti noi riceviamo lo Spirito Santo vivificante che ci tiene in piedi come dei risorti, vincitori della grande battaglia delle tentazioni e delle seduzioni del mondo, per essere francamente schierati dalla parte di Cristo.
Rinati nel battesimo, vivificati nella confermazione, avanziamo nel cammino della vita trasfigurati di giorno in giorno dall’Eucarestia, con la quale ci uniamo al Signore e a lui, al Dio uno e Trinità, offriamo sull’altare la nostra vita, ricevendo la sua. Però il peso della morte ci insidia continuamente, ma siamo lavati nelle lacrime della penitenza, e allora celebriamo la misericordia, senza misura, di colui che è il Dio dei viventi e non il Dio dei morti, che non vuole la morte del peccatore, ma che, convertito, viva. Allora, il nostro peccato diventa, se lo confessiamo con umiltà e con desiderio di riconciliazione, una lode del Signore. E poi ci sono gli altri sacramenti che fanno delle vicissitudini della nostra vita una presenza vera di Cristo nel mondo: Cristo pastore, Cristo sposo, Cristo povero e sofferente.
Grazie alla Chiesa, alla Scrittura, ai Sacramenti, il cristiano diventa, di giorno in giorno, un uomo vivo che sa comunicare, dare, offrire, la vita. E in quanto vivente è gloria di Dio; come diceva Sant’Ireneo, “La gloria di Dio è l’uomo vivente, la vita dell’uomo è la contemplazione di Dio”.

da un incontro di padre Cesare Falletti al Sermig
deregistrazione non rivista dall’autore


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