La moschea divisa

Date 18-10-2021

por Claudio Monge

Piazza Taksim e l'uso politico dei luoghi di culto. Uno stravolgimento radicale dell'idea originaria di Taksim...

 

A più riprese, in questo spazio, abbiamo affrontato il complesso problema del ruolo dei monumenti religiosi nuovi o antichi, della possibilità di una loro piena fruizione e anche dello stravolgimento della loro finalità d'uso a scopi marcatamente politici e propagandistici, nella Turchia del terzo millennio. C'è evidentemente un filo rosso, che lega le vicende degli ex-musei di Santa Sofia e San Salvatore in Chora ad Istanbul, o i monumenti religiosi retaggio di una storia gloriosa passata come la Santa Sofia di Bursa e la chiesa di Germuş ad Edessa o, ancora, la recentissima inaugurazione della Moschea sulla piazza Taksim a Istanbul.

Quest'ultimo edificio, difficile chiamarlo monumento in una città così straordinaria per storia, arte e capolavori, è stato inaugurato dal presidente della Repubblica turco stesso che, ancora una volta, ha riunito nella sua persona leadership politica e pretesa leadership religiosa, arringando la folla con quella che in altri contesti si definirebbe un'omelia, più che un discorso da statista. La data dell'inaugurazione non era casuale: il 28 maggio rappresenta anche la data d'inizio delle proteste pacifiche di Gezi Park nel 2013, proteste non tanto suscitate dalla minacciata distruzione di un piccolo parco cittadino, quanto dalla programmata trasformazione di un luogo simbolo della Nuova Repubblica, nata sulle ceneri dell'Impero ottomano. Questa trasformazione è stata, in realtà, solo un po' rallentata.

Ma la resistenza civile di Gezi Park è stata spazzata con una repressione intransigente e il cuore simbolico della Turchia di Atatürk è stato definitivamente trasformato con un edificio religioso inaugurato otto anni dopo, nello stesso giorno che coincide anche con la data della capitolazione della Costantinopoli bizantina a Maometto II il Conquistatore: 28 maggio 1453. Siamo all'apoteosi del sogno "Pan-turco", travestito da progetto "Neo-ottomano" (troppo diverse sono le condizioni storiche e politiche attuali rispetto all'epoca imperiale), del leader massimo dell'ultimo ventennio turco, ben celebrato da un noto quotidiano filo-governativo, Akşam, che in un articolo intitolato "È stato molto bello" scrive: «A Taksim è stata costruita una moschea e né la sharia è arrivata, né la repubblica è crollata» (con evidente ironia nei confronti di chi parla dell'emergere, neppure troppo velato, di mire proprie all'islam politico). In realtà, sono sempre meno numerose le persone che applaudono. Per percepire uno sdegno crescente, non è il caso di entrare nella dimensione politica della deriva attuale.

Nel caso della Moschea di Taksim c'è stata una corale levata di scudi sull'inopportunità architettonico-urbanistica della prodezza. Come ricorda Mucella Tapici , architetto, la piazza di Taksim, nella sua qualità di sito urbano e storico allo stesso tempo, ha sempre avuto una unitarietà espressione della modernizzazione del periodo repubblicano. Ma molto presto, le stesse strutture urbane sono state trasformate in area di conflitto ideologico: l'eterno scontro tra politica laica e anima popolare religiosa, entrambe a tendenza autoritaria. Uno stravolgimento radicale dell'idea originaria di Taksim come punto in cui le principali linee d'acqua dal nord di Istanbul venivano raccolte e distribuite ad altre parti della città (la piazza prende il nome proprio dal serbatoio di pietra del periodo ottomano in essa situato).

Certo, questo stravolgimento simbolico urbanistico ha conosciuto ora un'accelerazione devastante: la costruzione della moschea (che originariamente doveva essere da 600 posti, diventati 2.500) ha causato gravi danni ai resti archeologici proprio della cisterna appena menzionata, ed occupa un'area decisamente troppo congestionata, a detrimento della sua stessa architettura e di quella degli edifici circostanti.

Come osserva il politologo, Kemal Can, si tratta del tentativo di imporre un'egemonia politica, ingentilita con una parvenza culturale, che si esaurisce nell'imitazione di motivi del passato, palesando, in realtà, una totale mancanza di consistenza. Investimento a rischio, la cui carica simbolica potrebbe sgonfiarsi molto più in fretta di quella del Cumhuriyet Anıtı (monumento della Republica), realizzato da Pietro Canonica e inaugurato nel 1928, da sempre ombelico della piazza, con un fiero Atatürk nell'atto di guidare il popolo verso un futuro, che all'epoca immaginava forse diverso.

Claudio Monge

NP Giugno/Luglio 2021

 

 

 

 

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