Memoria e vita

Date 29-04-2021

por Claudio Monge

Le autorità turche radono al suolo la chiesa cristiana di San Giorgio, una struttura iconica nota come Hagia Sophia di Bursa; storica chiesa degli armeno-cattolici messa in vendita per 6.000.000 di TL (660.000€ circa); la chiesa siro-ortodossa di Mor Yuhanon (San Giovanni), risalente al IV secolo e situata in un sobborgo della città di Mardin, è stata messa in vendita su un sito immobiliare, come utilizzabile per attività di ricezione turistica (800.000€ circa); un ristorante di kebab a Şanlıurfa (Edessa) ha cucinato un barbecue nella chiesa di Germuş, già caduta in rovina da anni, a causa di scavi illegali di cacciatori di tesori.

Ecco una piccola raccolta di notizie brevi degli ultimi mesi, facilmente rintracciabili sul web, che parrebbero far pensare ad una drammatica deriva nell'usurpazione pubblica e privata di luoghi della fede e della memoria, relativi in particolare alle chiese minoritarie in terra di Turchia.
Pur essendo, talvolta, comprensibile la delusione e anche giustificata la sensazione di una mancanza di rispetto per il fatto che non pochi luoghi di culto cristiani (spesso facenti parte di complessi immobiliari più vasti) siano stati confiscati dallo Stato turco o incamerati, una volta caduti in disuso, da istituzioni pubbliche o private, o ancora trasformati in museo soprattutto al momento della caduta dell'impero ottomano, ci pare inappropriato parlare di una strategia puntuale volta a mortificare le comunità e la loro memoria.

Certo esiste un problema culturale e non solo politico, proprio di un'interpretazione ideologica della storia frutto dell'emergenza dei nazionalismi che hanno in buona parte distrutto il carattere cosmopolita e multiculturale dell'impero, le cui autorità vedevano la diversità come arricchimento incoraggiando, pragmaticamente, la tolleranza religiosa. Esiste poi un problema, tutto turco, di preservazione di uno straordinario patrimonio storico stratificato: una incredibile difficoltà a contestualizzarlo in un processo storico che non sia sempre invariabilmente avvilito da bassi interessi del presente. Infine, diciamolo, esiste anche una interpretazione ideologica della storia nella quale più frequentemente cadono i minoritari, quando fanno della loro appartenenza religiosa un elemento identitario reazionario, riducendo, come in questo caso, la protezione dei luoghi di culto e dei monumenti storici in genere, ad una preservazione nostalgica del passato.

Questa visione della storia ci pare sterile: fa del passato una semplice reliquia, un ricordo concluso in se stesso, spesso trasfigurato come qualcosa solo da rimpiangere, imbalsamato in una visione mitica... (i luoghi di culto menzionati in apertura erano in rovina e da decenni non utilizzati dalle comunità religiose stesse!). È indispensabile, in realtà, riflettere sul senso della conservazione e soprattutto dell'evoluzione identitaria nel tempo: il significato della vita celebrata, dei riti, si inscrive nel tempo e le comunità, attraverso di essi, continuano a rinnovare il legame tra il sacro e il profano e l'evoluzione di quest'ultimo deve interrogare il rapporto al primo e, a maggior ragione, le pratiche rituali. Il presente del patrimonio cristiano in terra di Turchia, testimonia ancora di un passato straordinariamente importante, ma è attualmente eccedente rispetto alla realtà numerica delle molteplici comunità, denominazioni e riti che caratterizzano la piccola presenza cristiana nel Paese. Indubbiamente, esiste però uno squilibrio geografico nella dislocazione di questi luoghi privilegiati non solo della memoria ma anche della vita cristiana, per lo più concentrati a Istanbul e nel sud-est del Paese, ma del tutto assenti al cuore dell'Anatolia, dove tuttavia, nel presente sono stanziate più di 200 famiglie caldee della migrazione irachena.

Le comunità cristiane dovrebbero aiutarsi ad uscire da una postura di guardiani di musei della memoria, per rinnovare la vitalità di una vita cristiana che si declina nel presente, prima di tutto venendo incontro alle necessità dei credenti di oggi, spesso trascurati non solo nel loro bisogno rituale ma anche nella formazione di una consapevolezza credente in un quotidiano talvolta molto duro, da vivere, tra l'altro, in mezzo a chi crede diversamente! Lo sappiamo, spesso i monumenti storici sono stati costruiti sulle fondamenta di edifici pre-esistenti (non raramente usati, tra l'altro, come cava di recupero di materiali per le costruzioni successive), testimoni di un'altra storia, per non parlare di altre funzionalità. Chi è disposto a salvare le cose, i luoghi ma anche la memoria degli altri?


Claudio Monge
NP febbraio 2021

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