Violenza e onore

Date 12-11-2020

por Claudio Monge

Quella di Hayrettin, arrestato per aver picchiato selvaggiamente la consorte Ayşe che l’aveva scoperto in flagrante delitto di poligamia, è una storia vera e non così inedita in Anatolia. Molto più originale è però la pena alternativa comminatagli dal giudice del tribunale nel quale l’ha portato la moglie: regalare fiori alla consorte almeno una volta a settimana per cinque mesi. Hayrettin fin dal dibattimento si è strenuamente opposto alla decisione affermando: «Piuttosto che rendermi ridicolo con i fiori preferisco divorziare. Nessuno ha il diritto di offendere il mio onore».

L’affermazione è il retaggio della dimensione patriarcale di una cultura sessista, che amplifica i legami emotivi, fisici e psicologici con la figura del maschio. È, in fondo, la versione “domestica” di una concezione organicistica, verticistica e dirigistica anche dello Stato e del potere, tradizionalmente propria del mondo turco-ottomano ma non solo. È la premessa, non ineluttabile ma fortemente probabile, di violenze, fisiche, psicologiche e sociali contro le donne, dove il fattore religioso, si badi bene, è, purtroppo,solo un corollario e non certamente l’elemento fondativo! Non molti sanno che il 7 aprile 2011 il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, ha approvato una carta sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, chiamata la Convenzione di Istanbul, città dove è stata aperta alla firma.

La Turchia già nel 2012 è stata il primo Paese a ratificare il protocollo; l’Italia l’ha fatto l’anno successivo. La Convenzione caratterizza la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione (art. 3 lett. a), invita i Paesi a prevenirla e non solo a proteggere le vittime e perseguire i colpevoli (art. 5). In Turchia, da allora, si sono implementate normative per proteggere le donne da omicidi d’onore e stupri da parte del marito. Sono stati istituiti centri di ascolto, si è cercato di bilanciare gli obblighi dei partner anche all’interno del matrimonio civile.

Purtroppo nel tempo però le violenze non sono diminuite, né in Turchia (146 femminicidi nel solo primo semestre del 2020, 474 vittime nel 2019, 440 nel 2018) né altrove. Come non bastasse, è pure aumentata la strumentalizzazione ideologica di questa Convenzione, sospettata spesso in malafede, soprattutto in contesti religiosi (cristiani e musulmani in particolare), di legittimare degli orientamenti omosessuali (aprendo la porta all’agenda politica LGBT e al pensiero liberal-femminista) e, quindi minacciando il riferimento alla famiglia tradizionale.

La politica si è impadronita del dibattito inquinando ulteriormente le acque di un confronto autentico e intellettualmente onesto. Un alto rappresentante dell’AKP, il partito del presidente Erdoğan, ha dichiarato che la firma della Convenzione è stata un errore, auspicando il ritiro della firma turca (il 26 luglio è stata la Polonia ad annunciare la stessa intenzione), coerentemente a tutta una serie di prese di posizione facenti parte di una campagna ideologica di contrasto all’Occidente e che cavalca supposti “valori non negoziabili” (espressioni ben note in ambienti a noi più vicini) fondati sull’islam, la turchicità e il mito dell’impero ottomano. Malgrado l’autoritarismo imperante, anche in Turchia questa visione non è però destinata a passare senza opposizioni. Il Presidente l’ha constatato addirittura all’interno della propria famiglia. Sua figlia, la 34enne Sumeyye Erdoğan, si è schierata pubblicamente in difesa della Convezione di Istanbul, unitamente all’associazione di donne islamiche Kadem, di cui è vice-presidente.

Ma in Turchia anche le piazze sono in fermento, soprattutto dopo il ritrovamento del corpo della 27enne Pinar Gültekin, barbaramente uccisa dall’ex-fidanzato nella regione egea di Muğla, a fine luglio: un efferato crimine che ha riacceso la rabbia delle donne turche. Queste ultime sanno benissimo che il dramma della violenza assume non soltanto la forma estrema della soppressione della vita. Una donna violentata, quando sopravvive, patisce oltre al dolore e al senso di repulsione, anche la vergogna e una sorta di generale riprovazione della società, come se fosse la prima responsabile di ciò che le è accaduto.

È a partire da queste constatazioni che si dovrebbe intavolare una riflessione seria, impossibile prescindendo da una vera e propria battaglia culturale ed educativa, in primis nelle famiglie troppo spesso abbandonate a un destino di mera sopravvivenza socio-economica, e in un sistema educativo negli ultimi anni sistematicamente impoverito, quando non smantellato o defraudato del suo compito di fornire strumenti di giudizio maturo e consapevole e non ridotto a lavaggio del cervello ideologico a sostegno di una visione autoritaria di un potere semplicemente a servizio della propria perennizzazione e non del bene della società.


Claudio Monge
NP ottobre 2020

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